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BELLISSIME – un estratto

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C’è un palco fatto da dei pallet di legno. Sopra questo palco c’è un telo rosso. Sopra questo telo rosso c’è una striscia di velluto anch’essa rossa, macchiata qui e lì. Sopra la striscia rossa, che ha delle strane pieghe in cui il rischio è l’inciampo, avanzano piccole scarpine rosa, bianche e celesti. Appartengono a bambine dai tre ai sette anni, che alla periferia di Napoli sognano di diventare baby miss.

A ottocento chilometri di distanza c’è un parquet di legno. È dentro un loft arredato con fotografie di modelle bambine e di pubblicità. È un parquet di legno chiaro, con un pallino al centro: tutto intorno luci da studio fotografico, sul cavalletto una macchina fotografica che punta un pannello bianco.

Davanti, una bambina di sei anni. Ha i capelli castani lunghi fino al sedere. Gli occhi sono azzurri, con ciglia lunghe e scure. La piccola viene avanti senza scarpe, decisa.

Si ferma a qualche metro dalla scrivania. Inclina la testa da una parte, e poi dall’altra. Si mette sul fianco, inarca la schiena. Indossa una maglietta viola, con delle piccole ruches intorno alle maniche, e dei jeans attillati tempestati di paillettes. Ha un viso piccolo. Mascara. Phard. Rossetto. Sembra una Madonna bambina.

Fa un altro passo, e poi inclina il volto maliziosa: le movenze sono quelle di un’adulta che percepisce il suo corpo e conosce cosa è la bellezza. Davanti a lei una ragazza si inginocchia. “Sorridi”, le dice, e lei sorride.

I provinatori – due cinquantenni, rispettivamente direttore marketing e responsabile della pubblicità di un noto brand d’abbigliamento italiano – la studiano estasiati. Sono qui da stamattina: cercano piccole mannequin per il loro catalogo estivo, che verrà diffuso in tutto il mondo. La produzione dei canoni estetici internazionali della moda bimbo, di cui l’Italia è leader, parte proprio da qui.

“Me la fai fare una posa?”, chiede l’uomo, e allora la ragazza domanda alla bimba di mettersi nuovamente su un fianco. Lei, con movimenti affettati, si posiziona sul pallino, accenna una smorfia, si gira lentamente, posiziona la gamba destra avanti e poi si volta di scatto, compiendo una sorta di piroetta.

I due uomini annuiscono beati: “Brava cucciola!”.

La madre, che tutto il tempo è rimasta in silenzio sulle scale, quasi invisibile, quando sente gli apprezzamenti si avvicina. È una quarantenne dai capelli scuri, pantaloni alla caviglia e giacca in pelle. “È andata bene?”, domanda. La bambina sorride, le mani che si torcono dietro la schiena. La ragazza che l’ha fotografata sorride, anche i due uomini accanto a me sorridono. Poi la giovane fa un cenno rapido, e le due escono di scena. A dare il cambio arriva una giovane mamma: tiene in braccio un bimbo di un anno, occhi azzurri e capelli riccioli, castani. “Milano – mi ha spiegato poco fa – è il posto giusto per fare i provini. Questa mattina mi sono svegliata all’alba, ho preso il volo da Catania ed eccomi qui. Facciamo il provino e poi ripartiamo, perché mio marito ci tiene che la sera mangiamo tutti insieme. Sai, è dura, ma al Sud non esistono queste cose così particolari, e così per i casting viaggiamo molto. Io lo faccio per lui, perché lui in queste cose si sciala proprio”.

È la stessa mamma che ritroverò, mesi dopo, sul set di una nota pubblicità: il bimbo infilato in un passeggino, un pacco di biscotti in mano, alle mie spalle una fila di bambine in attesa di essere truccate da una cinquantenne con i capelli neri legati in due codine, i grossi occhiali di celluloide nera, in mano un pennello per dipingere a una bimba di tre anni le gote di rosa.

“Guarda verso l’alto gattina” dice, impugnando il mascara.

La bambina alza un poco il visino. La donna le scuote leggermente il mento, serrato fra l’indice e il pollice. “No, gattina, lo sguardo. Non il viso”, spiega, muovendole il volto. “Brava micetta”, sussurra allora. “Adesso mettiamo il gloss, che dici, ti va il gloss? Così le labbra sono lucide lucide e belle belle.” La bimba annuisce, e l’immagine di lei che lo specchio mi restituisce è quella di una trentenne ben tenuta.

In disparte restano le mamme. Guardano, sfogliano giornali, ogni tanto esclamano – indicando una pubblicità, puntando un redazionale – “Ma guarda chi c’è!”. Il riferimento è alla loro piccola, o a quella che considerano la rivale per eccellenza. Fra questi due estremi c’è tutto il mondo della moda italiana secondo le procreatrici delle nostrane baby mannequin. Loro stesse, e l’altro. Niente altro conta.

Non conta che spesso i bambini sui set non abbiano diritto all’acqua per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Non conta che le pause, nonostante le prescrizioni di legge, siano ridotte all’osso. Non conta che i compensi siano ridicoli: ottanta euro netti per una sfilata che verrà diffusa in tutto il mondo, trecento per uno spot pubblicitario. Non conta neppure che le prove siano estenuanti, e che a tutelare questi bambini non ci sia nessuno. Soltanto i genitori, a volte, quando non viene loro vietato l’accesso per questioni di segretezza. “Capita – mi racconta Elisa G., della periferia di Roma, madre di una bambina bellissima e molto richiesta – che proibiscano a noi mamme di partecipare. Comprendo la paura che i fitting vengano diffusi in anteprima, ma non mi piace. Ogni volta ripeto a Emma la solita cosa: se ti chiedono di togliere le mutandine tu non lo fare, inizia a urlare e chiamami”. Il dubbio sublimato dell’abuso sessuale, che serpeggia silenzioso in un mondo apparentemente immacolato e alimentato da stereotipi adultizzati, è tutto contenuto qui. Ed è mutandine. Ed è urla. Ed è chiama.

Intorno galleggia un business da 2,7 miliardi di euro, che si nutre di immagini infantili e si costruisce su reticenze che molto hanno a che fare con la percezione dell’infanzia, e con la realtà che l’infanzia custodisce. È qualcosa che ha a che vedere anche con il pudore, con la pena del giudizio degli altri e con l’angoscia (o la consapevolezza) di una possibile demonizzazione. Questo rende tutto – le interviste, la naturalezza che si dipinge subito di verosimiglianza, il grado di sostegno e di timore, la spregiudicatezza e il rigore – molto più elaborato, quasi complicato; e lo rende decisamente più interessante perché c’è un filo traballante che lega le bambine che tutti abbiamo davanti dalla mattina alla sera, o quasi, e la percezione che quelle bambine hanno di loro stesse. Un filo che collega la produzione dell’immaginario collettivo – che va in scena su riviste patinate e pubblicità, trovando la sua apoteosi nelle sfilate di Pitti Bimbo – a ciò che le piccole di quattro, cinque, sei anni dicono. Mi piacciono le sfilate perché mi truccano e sembro come mamma. E: Non mi piace quando non mi scelgono perché vuol dire che non vado bene. E: Adoro le sfilate al centro commerciale perché ci sono i fotografi e tutti mi dicono che sono bella. Ma, soprattutto, come mi ha detto Elisa, sei anni: Non mi piacciono i bambini brutti, perché sono tristi.

 

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Questo estratto di “Bellissime” è stato pubblicato su Pagina99

 

 

 

 

 

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Fashion in flight

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Nel 1961 Barbie diventò assistente di volo. Aveva una graziosa divisa celeste con gonna scampanata al ginocchio, giacca adente, candida camicetta bianca a mezze maniche, leziose scarpine dal tacco nero in tinta con una borsa a cartella, cappellino e guanti avorio. Sorrideva in quel modo sgradevole cui siamo abituati, e aveva i capelli biondi a caschetto. Era una dipendente della compagnia statunitense, l’American Airlines, anche se nel 1966 (forse per mobilità) avrebbe indossato la divisa di Pan Am (abito blu scuro e capelli neri tragicamente cotonati) e solo nel 1973 sarebbe ritornata definitivamente alla casa madre. La Barbie Stewardess, che poi sarebbe diventata flight attendant, era il terzo esempio in casa Mattel di una bambola lavoratrice. Prima, Barbie era stata solo ballerina e infermiera. Improvvisamente grazie a lei l’immaginario delle bambine occidentali si ampliava, includendo un sottinteso significativo: le ambizioni delle loro madri. Nonostante gli incidenti aerei – come quello in cui morì a 22 anni Nelly Diener, la prima air hostess europea -, un posto da assistente di volo era ambitissimo. Considerate come l’emblema (truccato dal sessismo imperante) del successo femminile, apparivano giovani, bellissime, filiformi, vincenti e cosmopolite. L’interesse nei loro confronti era esploso fin dall’esordio, tanto che quando nel 1930 la Transcontinentale and Western Airlines aveva pubblicato un annuncio per 43 assunzioni, si erano presentate in duemila. I canoni di selezione erano molto rigidi, e basati esclusivamente su parametri estetici. Le candidate dovevano essere magre, alte, giovani, single ma non vedove, senza figli e con vista perfetta.

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Non è poi cambiato molto. In Cina le assistenti di volo sono reclutate da agenzie di modelle fra le giovani studentesse con “voce dolce, e alcuna vergogna a esporre parti di pelle” e la compagnia Emirates Airlines, come ha riportato il New York Post, obbliga le sue dipendenti a rispettare rigidamente numerosi canoni estetici, fornendo indicazioni sul trucco e obbligando le dipendenti a non ingrassare (chi sgarra viene spedito in palestra e presso un centro di nutrizione). Forse è anche per questo che le hostess di Emirate sono considerate le più belle, almeno secondo lo Scott Schuman delle cabin crew: Jay, americano a Dubai, che ha abdicato al lavoro da giornalista per diventare assistente di prima classe , ma soprattutto blogger e instagrammer con lo pseudonimo di Fly Guy. A confermarlo è stata anche la competizione proposta dal sito di viaggio Trippy. Per rispondere a una domanda che assilla il mondo intero – Quale sono le hostess più calde (hottest)? – Trippy con l’ausilio di un software ha creato un volto-tipo per ogni compagnia con la fusione di numerosi scatti fatti al personale. Emirates Airlines ha trionfato con un rating di 7.17, all’ultimo posto Frontier Airlines con 5.48. Alitalia non classificata. E dire che la nostra compagnia di bandiera è ormai alla ricerca, nel momento di crisi totale che attraversa, di una sublimazione nella moda: a dicembre, nel corso dell’Alitalia Day, ha presentato in una sfilata le nuove divise firmate da Ettore Bilotta. Le uniformi che arrivano dopo 25 anni di medesimo look – firmato da Mondrian nel 1998 e prodotto dal gruppo Nadini di Vignola al costo complessivo di 9 miliardi di lire – hanno numerosi riferimenti al passato: l’eleganza delle forme, l’uso del rosso per il personale in volo (grigio antracite per gli uomini), e del verde per chi resta a terra (e anche dei criticatissimi collant). Barbie, che nel 2011 aveva celebrato Alitalia, presentando le quindici divise ufficiali delle hostess disegnate dai più celebri stilisti del mondo, dovrà aggiornare la collezione. A ricordare per sempre l’eleganza delle assistenti di volo nostrane resteranno il tailleur elegantissimo delle Sorelle Fontana (1950), il completo lineare di Delia Biagiotti (1960), la minigonna con spolverino verde firmato da Mila Schön (1969 e 1972), le gonne e camicette bianche dalle spalle squadrate di Renato Balestra (1986) e il doppiopetto grigio creato da Giorgio Armani (1991).

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Puro lusso in confronto a ciò a cui sono state costrette le americane. Alla loro nascita, negli anni Trenta, indossavano tailleur dai toni pallidi, gonne al ginocchio e capelli ondulati nascosti sotto graziose cloche; dovevano suggerire il lusso e l’eleganza del jet-set, annullando ogni sentore della vigente depressione economica. Con gli anni Quaranta l’uniforme si fece più scura, comparì il rossetto rosso e i capelli vennero legati: l’ispirazione arrivava da Hollywood, e le hostess dovevano imitarne il look per avvenenza e classe. Negli anni Cinquanta Pan Am ebbe l’intuizione di sfruttare l’allure delle assistenti di volo per trasformarne il look in qualcosa di iconico. Nacque così la storica divisa blu aderente, la camicia bianca, il cappellino vezzoso portato sui capelli acconciati con cura (poi ripresa da Barbie). Negli anni Sessanta arrivò anche ad alta quota la moda. I biglietti più economici permettevano a un crescente numero di persone di utilizzare gli aerei, e così la libertà dello stile venne declinata in USA con osceni stivali bianchi al ginocchio, calze arancioni, mini abiti rossi e gialli con cappellino e cappa rossi. Negli anni Settanta si fece largo la bombetta, la gonna sopra il ginocchio, il gilet e la camicia colorata, mentre gli anni Ottanta furono il momento di trucco abbondante, vestiti colorati e blazer. I maxi spallini e le giacche over size segnarono gli anni Novanta, in accoppiata a calze trasparenti e mezzo tacco. Era l’ultimo grido di stile prima degli anni Duemila, quando la definitiva affermazione delle compagnie low cost ha suggerito look più dinamici, ma soprattutto economici. Tanto che le hostess di American Airlines hanno recentemente rifiutato di indossare le nuove divise a causa dei problemi dermatologici che le stoffe (scadenti) avevano dato a 1600 dipendenti. Il caso di Zac Posen, messo a lavoro per modernizzare gli abiti del personale di Delta Airlines (anche questi rossi), resta isolato e sono lontani i tempi del fashion in flight, che è diventato una mostra omonima all’Aviation Museum di San Francisco (fino al 10 settembre).

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Se la moda è sempre di più qualcosa di collaterale alle hostess, il volo si appropria di interesse. Nel marzo 2016 Finnair ha ospitato una sfilata all’aeroporto di Helsinki, United Airlines ha lanciato una campagna social in collaborazione con Banana Republic, Lufthansa ha organizzato un fashion show su un boeing Francoforte/NY per lo stilista Rubin Singer: la prima sfilata a 30mila piedi d’altezza. Etihad Airways – che ha quote di minoranza anche in Alitalia, Jet Airways, airberlin – ha fatto ancora di più: arrivando a diventare partner delle Fashion Week internazionali, e presentandosi come sponsor ufficiale a 17 eventi annuali in tutto il mondo, da NY a Londra, da Milano a Mumbai. Ne è nato Runway to Runway, un nuovo member club che offre benefici alla comunità fashion internazionale. L’idea alla base è decisamente semplice: incanalare i globetrotter, e sfruttare il mondo della moda nel suo lato glamour, ma anche nella sua capacità di produrre desiderio attraverso la continua connessione globale. Alle hostess, fra uno sciopero e un atterraggio, non resta che il ricordo di un andato, mondo dorato.

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Dopamine Dressing?

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Se nel vostro armadio, accanto a una collezione di abiti funerari, è spuntata una gonna giallo canarino o un pullover turchese probabilmente siete anche voi vittime di La La Land. O, più semplicemente, siete inconsapevoli cultori del dopamine dressing, ultima strategia di automedicamento secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesce a migliorare l’umore.

Archiviata la psicologia del colore – strategicamente usata nel marketing da anni, e fautrice di solidi legami fra sfumature cromatiche e applicazioni al fine di modellare gli impulsi del possibile acquirente –, la moda adesso è una colata arcobaleno di brillantezza che non lascia immuni neanche i grandi stilisti.

Armani fa di uno sgargiante arancione dai richiami orientali il suo colore feticcio per la primavera/estate 2017, e lo declina in preziose giacche in pelle, fluttuanti gonne in organza, vestiti trasparenti e orecchini oversize. Giambattista Valli opta per il rosa in tulle e per opulenti ricami floreali, mentre Maison Margiela alterna al total black, voluttuosi rossi. Gucci sceglie un labirinto di sfumature, lo stesso fanno Pucci e Versace. Anche la pelletteria non si rivela indenne da questo trend. La borsa del momento è firmata Loewe, ed è un elefantino multicolore diventato il vero protagonista delle fashion week internazionali; non meno attenzione, in termini di stampa e di vendite, hanno riscosso le borse con un paio di occhi di Anya Hindmarch e quella a strisce verticali di Sophie Hulme.

Naturalmente il dopamine dressing – portato a battesimo da Grazia UK, e divenuto oggetto di ampio dibattito sul The Guardian – è stato massicciamente adottato, più o meno consapevolmente, da attrici e trendsetter. I casi più eclatanti? Gwyneth Paltrow, che si è fatta fotografare con la green jumpsuit della designer inglese Emilia Wickstead, e Anna dello Russo che ha optato in un unico outfit per una borsa arcobaleno, cappotto broccato celeste, felpa rosa che indica il giorno della settimana di Alberta Ferretti (Monday, per la precisione).

Il buon umore a tutti i costi, come se non bastasse nella vita reale, ha attaccato anche i capi cheap. Ed ecco spuntare le Converse riadattate secondo Comme des Garçons, i jeans di House of Holland tempestati di cuori colorati, il wrap dress smanicato con cintura in tessuto color pesca riproposto da Mango e decisamente simile a quello inossato da Emma Stone nella pellicola di Damien Chazelle, l’abito giallo di Topshop Unique in lustrini già decretato capo cult di stagione.

E dire che al momento non esistono sostegni scientifici alla teoria. Come unico baluardo resta un articolo in grado di evidenziare il ruolo dell’abbigliamento nei processi cognitivi (Enclothed Cognition) pubblicato dal Journal of Experimental Social Psychology nel 2012 con la firma di Hajo Adam e di Adam Galinsky.

“Per quanto non sia ancora riscontrabile una dimostrazione scientifica, da tempo si è a conoscenza che certi colori migliorino l’umore” spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell’Università di Pisa. “Con buona probabilità dal punto di vista cognitivo l’autocondizionamento può giocare un ruolo importante. Ovvero: mi sento meglio, o peggio, a seconda del colore che indosso. Si tratta di una suggestione che potrebbe rivelarsi come una sorta di incentivo, una vera e propria motivazione, capace di innescare l’aumento della dopamina, ovvero il neurotrasmettitore che sottende la gratificazione e il piacere”. Tutto rientra dunque nel campo dell’autopercezione, che per antonomasia non è replicabile o misurabile. Costantino della Gherardesca, conduttore televisivo e radiofonico, non ha dubbi e suggerisce anzi un’ulteriore passaggio: “Pratico da tempo il dopamine dressing. Anche se per me a fare la differenza non sono i colori, ma il taglio e le proporzioni degli abiti. La manica raglan, ad esempio, blocca la dopamina. Un calzino corto sarebbe praticamente un neurolettico. Per quanto mi riguarda, dopamine dressing è semplicemente vestirsi in modo decente. Paradossalmente, quando mi vesto comodo durante la giornata provo una sensazione di forte disagio. Se mi sento vestito male mi deprimo, se invece sono in giacca e cravatta sono decisamente più allegro. Siccome disprezzo gli uomini che si conciano male è corretto da parte mia, eticamente, odiarmi quando prediligo capi pratici”. Contorto, ma comprensibile e apprezzabile. “I vestiti in sé – sostiene Marina Savarese, autrice di Sfashion (Morellini Editore, pp. 200) e insegnante di fashion management al Polimoda di Firenze –  non possono renderti più felice. Sicuramente, però, esistono abiti che ti fanno stare bene e non sono necessariamente quelli che vanno di moda. Non esiste un codice estetico universale. Personalmente preferisco vestirmi in modo colorato, soprattutto quando la giornata è grigia, e a volte scelgo talmente tanti colori contemporaneamente da sembrare un arcobaleno. Così quando mi guardo allo specchio mi faccio allegria da sola. E chi mi incontra sorride. Merito anche dei miei capelli che ora sono rosa”.

Dopamine hair. Un fenomeno ancora da studiare, che forse potrebbe dare un senso al proliferare di decolorazioni presenti a vantaggio di colori pastello e del blorange – capelli biondi con riflessi arancioni, come un tramonto – considerato, a seconda del punto di vista, come l’ultima follia beauty, o il supremo trend.

Se pensate di essere immuni al dopamine dressing, iniziate a dubitare. La moda del colore, da sempre apprezzata in salsa pacchiana e celebrata iconicamente da serie televisive nostrane come Il boss delle cerimonie o Lucky Ladies sulle napoletane upper class, trova il modo di reinventarsi a seconda del soggetto, come racconta Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo. Da poco in libreria con una nuova edizione del suo primo successo, Generations of Love (Fandango, pp. 284), Bianchi non esita: “Nel mio armadio ci sono esclusivamente camicie dai colori simili, sui toni del blu e dell’azzurro. Detesto comprare vestiti, devo sforzarmi per farlo. Tempo fa durante i saldi ho acquistato un paio camicie e arrivato a casa ho scoperto che una l’avevo già: stesso modello, stesso colore. Questo la dice lunga sulla monotonia del mio abbigliamento. A volte invidio l’esuberanza dei capi altrui, ma non me li vedrei mai addosso. La verità è che sono un abitudinario, e tendo a scegliermi una sorta di divisa nella quale mi sento a mio agio. D’inverno camicie a scacchi, d’estate felpa su t-shirt. Le mie esagerazioni sono t-shirt rosso acceso, o giallo squillante. Le metto quando sono nel mood giusto. Mi sembra di indossare qualcosa di vagamente provocatorio. Non è insomma roba per tutti i giorni”. Evidentemente La La Land e il colore, l’ultimo antidepressivo made in fashion, non lo hanno ancora contagiato.

 

 

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Questo articolo è uscito ieri su Pagina99. Lo trovate in edicola per tutta la settimana. 

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Quel maestro che si chiama Manlio Cancogni

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“La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro” constata Alberto Arbasino in quella che, purtroppo, sembra essere diventata la sua massima più celebre. E allora, se le quotazioni editoriali dei soliti stronzi paiono in ingiustificata ascesa, i venerati maestri volgono naturalmente all’estinzione. Si contano sulle dita di una sola mano, e fra questi non si può trascurare Manlio Cancogni, vincitore del premio Strega nel 1973 con Allegri, gioventù e del Viareggio nel 1985 con Quella strana felicità.

Domani Cancogni compirà novantotto anni, e negli ultimi settanta non ha mai abbandonato la penna: ha pubblicato più di trenta romanzi e scandagliato la società italiana, adesso raccontandone l’anima infetta – lo fece nel 1956 quando su L’Espresso svelò la prima tangentopoli italiana – adesso passandone al setaccio, con il proverbiale sguardo disincantato, il côté letterario. Per lungo tempo il suo nome è stato dimenticato, ma fortunatamente l’editore romano Elliot negli ultimi anni ha restituito alle stampe con regolare cadenza i suoi romanzi. Quest’estate è il turno de Signor Tenente (pp. 192, € 18,50), edito per la prima volta da Einaudi con il titolo La linea del Tomori nel 1966, quando vinse anche il Premio Bagutta. “Non volevo partire per la guerra, e allo stesso tempo però non avevo voglia di imboscarmi, di fare la figura del vigliacco. All’epoca poi avevo anche l’idea che bisognasse prendere quello che la vita dava” scrive Cancogni nell’inedita prefazione al testo. “Volevo dare al mio racconto – continua – una certa angolazione, che ne facesse non un libro sulla guerra, ma il racconto di come si arriva in guerra; non un addio alla guerra, piuttosto un’andata in guerra, la storia di un ingresso nel proprio destino”. Ed è quello che accade al protagonista Silvio, spedito contro la sua volontà al fronte greco-albanese, verso una battaglia che non considera sua, per un Paese di cui non si è mai sentito parte. E lì, in attesa che qualcosa accada, paralizzato nei ritmi della trincea, Silvio – antieroe borghese allo stile di Cancogni, che da sempre ama i rammolliti e i traditori, gli unici in grado di aspirare a un cambiamento – intravede qualcosa che non aveva mai avvertito prima. Netto è il richiamo alla poetica del sublimine, inaugurata dallo scrittore versiliese nel suo più bel romanzo, Azorin e Mirò, e affrontata anche ne La Cugina di Londra (Elliot, 2011). In fondo, “Le cose in genere sono oggetti che noi percepiamo genericamente, opacamente, in vista dell’uso da farne, non per quel che sono. Ma a tratti, in certi momenti speciali, quando la nostra attenzione si allenta, emergono chiare e nette, oltre la soglia della coscienza pratica, rivelando quel che sono in se stesse, per sempre”.

Questo articolo è uscito sull’edizione WE di Pagina99 il 5 luglio

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Questioni di Biker

ASGER JUEL LARSEN

Esiste il vero motociclista, e quello di moda. Il primo compra abbigliamento tecnico per ripararsi dal freddo e dalla pioggia, sta attento che le scarpe siano adatte a percorrere lunghi viaggi in posizioni scomode, cerca capi che possano proteggerlo in caso di incidente. Il secondo non indosserebbe mai un casco (neanche se fosse firmato da Karl Lagerfeld), eppure ha un armadio pieno di pantaloni in pelle, perfecto e stivali da biker. A differenziare i veri biker dai fake non è il senso del ridicolo né la necessità di praticità, né la disponibilità economica o la passione motociclistica, bensì – per dirla con le parole di John Carl Flügel nella Psicologia dell’abbigliamento (FrancoAngeli) – la soddisfazione di sé. Il motociclista è l’essere protetto che seleziona i vestiti in base alla necessità, il fake è il tipo sublimato che trova nell’esibizione di abiti la felicità narcisistica.

Dimitri

“Quello che è di moda lo troverete difficilmente in un negozio di motociclisti veri, a meno che non sia un monomarca Harley-Davidson. Il biker vestito di pelle appartiene all’immaginario collettivo americano, mentre in Italia sono decisamente più diffusi gli appassionati che cercano abbigliamento tecnico per godersi al meglio la moto, preferendo materiali sintetici e cordura” spiegano da MotoAction, megastore di riferimento per tutti gli appassionati del Nord Italia. A farsi un giro fra i negozi milanesi e romani sembra proprio vero. Ormai chiodo e stivali da biker, declinati in fasce di prezzo che vanno dai cinquecento ai diecimila euro, fanno parte solo dei guardaroba di donne che cercano un look “grintoso, iconico e very rock”. Insomma, ça vasans ironie, di donne che cercano lo stile on the road attraverso dei pezzi resi dal cinema senza tempo cui la moda, oggi più che mai, ama nutrirsi. “Vampirizzare delle sottoculture per farne dei trend di massa non è cosa nuova. Nel passato è accaduto con tutte le mode giovanili, che una volta entrate nell’atmosfera dei brand spesso hanno perso tutta la loro originalità e la potenza di esprimere rabbia e disaccordo. Da anni sta accadendo anche con l’universo biker” commenta Giorgio Riello, autore de La Moda (Laterza). Non bisogna dunque sorprendersi se anche per questa stagione praticamente tutte le case di moda propongano un florilegio di pellame, declinato nel gusto classico allo stile di Jean Paul Gaultier o Yves Saint Laurent, ma anche avvolto nel lusso come riesce a fare Louis Vuitton, che crea un trionfo dell’esagerazione artigianale, o Acne, che propone un perfecto bianco dagli elaborati dettagli. Bottega Veneta suggerisce invece una versione femminile con tanto di sostenute ruches, mentre Antonio Berardi e 3.1 Philip Lim destrutturano il capo per farne il primo una jacket avvolgente, il secondo un vero e proprio soprabito, a mezze maniche, dalle tinte catarifrangenti.

 

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L’imperativo è dunque quello di appropriarsi del flavor biker, declinandolo in colori e in texture differenti. Dimitri, marchio fondato a Milano nel 2007 da Dimitrios Panagiotopoulos che fa del made in Italy la sua cifra, per la primavera-estate presenta degli aderentissimi pantaloni in pelle alla caviglia dagli intensi colori. Si spinge oltre lo stilista danese Asger Juel Larsen, che indica il chiodo come un passepartout. “Voglio che i miei capi – spiega Larsen – abbiano un’anima ribelle e militare, che possano sembrare appena usciti da un manicomio, ma allo stesso tempo che mostrino la loro anima sartoriale, raffinatissima. Vengono dalle mie esperienze personali e dai miei incubi, dalla mia continua ricerca di materiali e di sovrapposizioni. Raggiungere un’estetica innovativa è quello che davvero mi interessa”. Potrebbero essere parole pronunciate dal Martin Margiela dei tempi d’oro o da Nicolas Ghesquière, quando ancora militava nelle file di Balenciaga. Invece no. Anche loro, adesso, sono allineati nel rock-bike-fake-style.

Acne Studio

 

Questo articolo è uscito la settimana scorsa su Pagina99.

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Ma quanto è fashion la Sicilia

Marpessa, Modica, 1987

Quando Ferdinando Scianna, nel 1987, ritraeva la splendida modella olandese Marpessa a Modica, incastonata fra quattro anziane del posto, pensava al caro amico e maestro Henri Cartier-Bresson, e alla sua prima regola: mai mettere in posa il mondo. Scattava fotografie meravigliose, che sarebbero entrate nella storia e avrebbero fatto la fortuna della coppia Dolce&Gabbana, ma un po’ si sentiva in colpa per quella trasgressione. Poi, però, arrivò un bambino che cominciò a imitarlo; allora Scianna indietreggiò, lo lasciò fare e ritrovò la magia che solo gli scatti fortunati, quelli nati dalla vita e non dalla costruzione, riescono a custodire.

Marpessa, Caltagirone, 1987

Scatti in bianco e nero che dal 16 maggio, fino al 18 luglio, verranno proposti insieme ad altri frammenti di sicilianitudine a Palazzo Taverna, dove la galleria Artistocratic, in partnership con la galleria Emmeotto, presenta Sicilia Mondo. Unviaggio tanto nella genialità di Ferdinando Scianna, primo fotografo a entrare nella prestigiosissima Agenzia Magnum, quanto nel suo viscerale legame con la terra d’origine che ricorre eterna, selvaggia, religiosissima in ogni scatto, poco importa che le protagoniste siano donne impegnate in feste religiose o splendide modelle. L’attaccamento verghiano alla terra si mostra in ogni fotografia, e lo stesso Scianna ammette che, pur avendo viaggiato per tutto il mondo: “non si va mai via completamente dalla Sicilia, non si distrugge dentro di sé un’appartenenza così drammaticamente forte”.

Venerdì Santo, Enna, 1963

Un’appartenenza che ha segnato in positivo le sorti del duo per metà siciliano Dolce&Gabbana (Gabbana è milanese) e della loro quarta collezione, quella che vide Scianna fotografo alla fine degli anni Ottanta e che portò sulle passerelle il “vestito siciliano” considerato dal fashion guru Hal Rubenstein come uno dei 100 abiti più importanti mai disegnati. Da qualche anno, dopo un periodo di distanza dalla cultura siculocentrica, i due sono tornati in pieno delirio trinacrio, cominciando a firmare autonomamente le proprie campagne promozionali a base di carretti siciliani, fichi d’india, famosissime modelle e aitanti giovanotti locali, che per questa primavera sono fornai, pescatori, macellai. “Ci piace vivere, ma solo all’italiana! E raccontare quel Paese fiabesco, irreale, sognato che ha reso dappertutto famosa l’Italia” hanno spiegato, sintetizzando la loro vincente chiave glocal che viene declinata perfino nell’underwear, nella cosmetica e nei profumi dove non è possibile dimenticare Sicily, che è anche il nome di una celebre borsa della maison.

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Ma la Sicilia ispiratrice spopola e si mostra adesso in altre collezioni firmate da stilisti emergenti, come quella del giovanissimo Ivano Triolo, classe 1981, che per la primavera/estate propone donne vestite d’oro e d’argento o di Claudio di Mari, che presenta procacissime modelle abbigliate con vesti prenunziali di pizzi e merletti nella collezione Bianca di Stromboli, rigorosamente made in Sicily. A conferma delle parole di Gesualdo Bufalino, che definiva l’isola vittima di “un eccesso di identità”, arriva poi il messinese Fausto Puglisi, noto per aver inaugurato una nuova frontiera del trash nostrano durante il Festival di Sanremo 2013, quando grazie al suo abito dallo scollo inguinale l’Italia intera venne messa a conoscenza della farfallina di Belen Rodriguez. Per questa estate Puglisi predilige scenari asettici e modelle in fantasie geometriche o stampe di palme. Da decidere ancora se l’ispirazione sono le Palm Islands (Dubai) o l’Isola delle Palme (Augusta). Fatto sta che, dallo stile alle fotografie, la Sicilia diventa una moda e resta un mistero. E, allora, come diceva Leonardo Sciascia: “Sai cos’è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando”.

Sciascia, Racalmuto, 1964

 

Questo articolo è uscito su Pagina99 sabato 3 maggio 2014 

Moda, Moda e Stile, Pagina99, The Meaning, Tutto, niente

Oggi, su Pagina99

Marpessa, Modica, 1987

 

Oggi, e per tutta la settimana, trovate un mio pezzo su Pagina99WE sulla sicilianitudine declinata da Tornatore a Scianna, da D&G a Fausto Puglisi (quello che ha creato il tragico vestitino di Belen al festival di Sanremo 2013, quello della farfallina per intenderci), da Bufalino a Sciascia. Perché niente è più immaginifico di una modella olandese a Modica. Leggere, e guardare, per credere.