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BELLISSIME – un estratto

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C’è un palco fatto da dei pallet di legno. Sopra questo palco c’è un telo rosso. Sopra questo telo rosso c’è una striscia di velluto anch’essa rossa, macchiata qui e lì. Sopra la striscia rossa, che ha delle strane pieghe in cui il rischio è l’inciampo, avanzano piccole scarpine rosa, bianche e celesti. Appartengono a bambine dai tre ai sette anni, che alla periferia di Napoli sognano di diventare baby miss.

A ottocento chilometri di distanza c’è un parquet di legno. È dentro un loft arredato con fotografie di modelle bambine e di pubblicità. È un parquet di legno chiaro, con un pallino al centro: tutto intorno luci da studio fotografico, sul cavalletto una macchina fotografica che punta un pannello bianco.

Davanti, una bambina di sei anni. Ha i capelli castani lunghi fino al sedere. Gli occhi sono azzurri, con ciglia lunghe e scure. La piccola viene avanti senza scarpe, decisa.

Si ferma a qualche metro dalla scrivania. Inclina la testa da una parte, e poi dall’altra. Si mette sul fianco, inarca la schiena. Indossa una maglietta viola, con delle piccole ruches intorno alle maniche, e dei jeans attillati tempestati di paillettes. Ha un viso piccolo. Mascara. Phard. Rossetto. Sembra una Madonna bambina.

Fa un altro passo, e poi inclina il volto maliziosa: le movenze sono quelle di un’adulta che percepisce il suo corpo e conosce cosa è la bellezza. Davanti a lei una ragazza si inginocchia. “Sorridi”, le dice, e lei sorride.

I provinatori – due cinquantenni, rispettivamente direttore marketing e responsabile della pubblicità di un noto brand d’abbigliamento italiano – la studiano estasiati. Sono qui da stamattina: cercano piccole mannequin per il loro catalogo estivo, che verrà diffuso in tutto il mondo. La produzione dei canoni estetici internazionali della moda bimbo, di cui l’Italia è leader, parte proprio da qui.

“Me la fai fare una posa?”, chiede l’uomo, e allora la ragazza domanda alla bimba di mettersi nuovamente su un fianco. Lei, con movimenti affettati, si posiziona sul pallino, accenna una smorfia, si gira lentamente, posiziona la gamba destra avanti e poi si volta di scatto, compiendo una sorta di piroetta.

I due uomini annuiscono beati: “Brava cucciola!”.

La madre, che tutto il tempo è rimasta in silenzio sulle scale, quasi invisibile, quando sente gli apprezzamenti si avvicina. È una quarantenne dai capelli scuri, pantaloni alla caviglia e giacca in pelle. “È andata bene?”, domanda. La bambina sorride, le mani che si torcono dietro la schiena. La ragazza che l’ha fotografata sorride, anche i due uomini accanto a me sorridono. Poi la giovane fa un cenno rapido, e le due escono di scena. A dare il cambio arriva una giovane mamma: tiene in braccio un bimbo di un anno, occhi azzurri e capelli riccioli, castani. “Milano – mi ha spiegato poco fa – è il posto giusto per fare i provini. Questa mattina mi sono svegliata all’alba, ho preso il volo da Catania ed eccomi qui. Facciamo il provino e poi ripartiamo, perché mio marito ci tiene che la sera mangiamo tutti insieme. Sai, è dura, ma al Sud non esistono queste cose così particolari, e così per i casting viaggiamo molto. Io lo faccio per lui, perché lui in queste cose si sciala proprio”.

È la stessa mamma che ritroverò, mesi dopo, sul set di una nota pubblicità: il bimbo infilato in un passeggino, un pacco di biscotti in mano, alle mie spalle una fila di bambine in attesa di essere truccate da una cinquantenne con i capelli neri legati in due codine, i grossi occhiali di celluloide nera, in mano un pennello per dipingere a una bimba di tre anni le gote di rosa.

“Guarda verso l’alto gattina” dice, impugnando il mascara.

La bambina alza un poco il visino. La donna le scuote leggermente il mento, serrato fra l’indice e il pollice. “No, gattina, lo sguardo. Non il viso”, spiega, muovendole il volto. “Brava micetta”, sussurra allora. “Adesso mettiamo il gloss, che dici, ti va il gloss? Così le labbra sono lucide lucide e belle belle.” La bimba annuisce, e l’immagine di lei che lo specchio mi restituisce è quella di una trentenne ben tenuta.

In disparte restano le mamme. Guardano, sfogliano giornali, ogni tanto esclamano – indicando una pubblicità, puntando un redazionale – “Ma guarda chi c’è!”. Il riferimento è alla loro piccola, o a quella che considerano la rivale per eccellenza. Fra questi due estremi c’è tutto il mondo della moda italiana secondo le procreatrici delle nostrane baby mannequin. Loro stesse, e l’altro. Niente altro conta.

Non conta che spesso i bambini sui set non abbiano diritto all’acqua per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Non conta che le pause, nonostante le prescrizioni di legge, siano ridotte all’osso. Non conta che i compensi siano ridicoli: ottanta euro netti per una sfilata che verrà diffusa in tutto il mondo, trecento per uno spot pubblicitario. Non conta neppure che le prove siano estenuanti, e che a tutelare questi bambini non ci sia nessuno. Soltanto i genitori, a volte, quando non viene loro vietato l’accesso per questioni di segretezza. “Capita – mi racconta Elisa G., della periferia di Roma, madre di una bambina bellissima e molto richiesta – che proibiscano a noi mamme di partecipare. Comprendo la paura che i fitting vengano diffusi in anteprima, ma non mi piace. Ogni volta ripeto a Emma la solita cosa: se ti chiedono di togliere le mutandine tu non lo fare, inizia a urlare e chiamami”. Il dubbio sublimato dell’abuso sessuale, che serpeggia silenzioso in un mondo apparentemente immacolato e alimentato da stereotipi adultizzati, è tutto contenuto qui. Ed è mutandine. Ed è urla. Ed è chiama.

Intorno galleggia un business da 2,7 miliardi di euro, che si nutre di immagini infantili e si costruisce su reticenze che molto hanno a che fare con la percezione dell’infanzia, e con la realtà che l’infanzia custodisce. È qualcosa che ha a che vedere anche con il pudore, con la pena del giudizio degli altri e con l’angoscia (o la consapevolezza) di una possibile demonizzazione. Questo rende tutto – le interviste, la naturalezza che si dipinge subito di verosimiglianza, il grado di sostegno e di timore, la spregiudicatezza e il rigore – molto più elaborato, quasi complicato; e lo rende decisamente più interessante perché c’è un filo traballante che lega le bambine che tutti abbiamo davanti dalla mattina alla sera, o quasi, e la percezione che quelle bambine hanno di loro stesse. Un filo che collega la produzione dell’immaginario collettivo – che va in scena su riviste patinate e pubblicità, trovando la sua apoteosi nelle sfilate di Pitti Bimbo – a ciò che le piccole di quattro, cinque, sei anni dicono. Mi piacciono le sfilate perché mi truccano e sembro come mamma. E: Non mi piace quando non mi scelgono perché vuol dire che non vado bene. E: Adoro le sfilate al centro commerciale perché ci sono i fotografi e tutti mi dicono che sono bella. Ma, soprattutto, come mi ha detto Elisa, sei anni: Non mi piacciono i bambini brutti, perché sono tristi.

 

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Questo estratto di “Bellissime” è stato pubblicato su Pagina99

 

 

 

 

 

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Quei bambini di #PittiBimbo

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Sfilano sorridendo. A volte imbronciati. Altre volte sfrontati. Hanno dai quattro a nove anni. Si chiamano quasi tutti Sofia, Leonardo, Stella e Marco. Come se i nomi fossero già promessa di bellezza. Anche se non hanno ancora perso i denti da latte, indossano una calzamaglia pitturata di giallo e sono truccati da giocolieri, appaiono sicuri di loro e immersi in una bellezza consapevole, che si nutre si sguardi e di pose adulte. Mentre sfilano, davanti a fotografi e buyer internazionali, le bambine ridefiniscono il concetto stesso di splendore: lunghi capelli ondulati, guance rosa e nasini all’insù. Bamboline che ondeggiano con abiti da sogno. I maschi sono più strafottenti, con i capelli ricci e ribelli, lo sguardo da duri. Si definiscono “quasi famosi” e sono i protagonisti indistinti di una colonizzazione di moda e di stile che piove su Firenze due volte l’anno con il nome di Pitti Bimbo, fino a questa sera alla Fortezza da Basso. Si tratta dell’appuntamento più importante al mondo per la moda bambino. Un concentrato di piccole giacche, scarpe formato mignon e abiti da cerimonia che mette insieme 503 marchi di rilievo internazionale, coinvolgendo ogni stagione oltre 10mila visitatori, centinaia di buyer internazionali e di giornalisti. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma non lo è: la moda bimbo vale per i mostro Paese quasi 3 milioni di euro. I singoli capi vanno dai 200 euro di un paio di jeans ai 3000 euro per un abito elegante. Una follia? Non proprio, almeno guardando gli stand e il popolo di Pitti. Un popolo elegante in modo straccione, come conviene a questa stagione che è tutta pellicce, derby portate senza calze (a favore di simpatici calzini che lasciano intravedere nudi e gelati polpacci), capelli liscissimi e aria annoiata per tutto ciò che è reale, e non si può consultare da uno smart-phone. L’aria che si respira è di benessere economico e di floridità. Naturalmente, appena sono lontani dagli stand, tutti si lamentano: dei costi esorbitanti della manifestazione, della difficoltà di raggiungere fisicamente la Fortezza, dei buyer che sono pochi e spilorci. Di palese c’è che, rispetto agli anni scorsi, gli show sono pochissimi. Gli insider dicono che la colpa sia dei costi proibitivi degli spazi, tanto è vero che la maggior parte dei brand ha preferito organizzare le rare sfilate in città. Perfino i bambini hanno visto ridimensionare, se non annullare, il loro compenso. “Adesso consegnano una busta con un outfit, una maglietta e un pantalone, e finisce lì. Porto qui mia figlia solo perché le piace farsi pettinare e truccare, ma per me che vivo in Liguria il Pitti è sempre una rimessa” mi confida una mamma, che non vuol rivelare il suo nome. Anche le agenzie soffrono: “Per fortuna il mondo bimbo – spiega lapidaria Elena Meazza, direttrice dell’agenzia di casting Piccolissimo Me – vive di spot e di cataloghi”. Vive, insomma, della declinazione dell’immagine di bambini bellissimi, che hanno padri pressoché assenti e mamme altrettanto belle, e spesso molto agguerrite. Le vedi mentre filmano i figli in ogni istante, o quasi. Le vedi mentre alle sfilate li riprendono in diretta streaming su Facebook, e commentano ad alta voce ciò che gli amici scrivono, facendo un grande miscuglio liquido fra la realtà che stanno vivendo, quella che vogliono far vedere agli altri e il sogno.

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La maggior parte delle baby modelle vengono dal Nord Italia, dove le agenzie sono più numerose ed è più semplice raggiungere i casting. “Noi – mi racconta Anna Tebaldi, grandi occhi verdi e capelli castani, 38 anni, mamma – abitiamo a Verona, ma almeno una volta la settimana andiamo a Milano per Valentino”. Valentino è il suo primogenito, un bel bambino con i capelli biondi e lisci, degli occhiali tondi dalla montatura blu. “Ha iniziato – mi spiega Anna – a cinque anni, e negli ultimi due ha fatto decine e decine di spot televisivi, diversi cataloghi e pubblicità per giornali e riviste. Tutto è iniziato per gioco: ho letto un post su Facebook dove cercavano una bambina piccola per una pubblicità, ho mandato diversi scatti della mia bimba, che adesso sta cominciando a lavorare parecchio, e in una di queste c’era anche Valentino. Lo hanno visto, e la settimana successiva già stavamo girando una pubblicità”. Gli occhi di Anna, mentre parla e racconta che il bimbo in città spesso viene riconosciuto, vibrano. Esattamente come quelli di Liya Dai, 31 anni, commessa di origine cinese che vive con il marito calabrese, professore in un liceo, a Seano, vicino Prato. “Abbiamo mandato una foto a un’agenzia – mi racconta, mentre la figlia incantevole sorride – e ci hanno contattato. Lei è felice, e fino a quando vuole continueremo”. Stessa filosofia della maggior parte delle mamme, che seguono i figli con devozione e attenzione, sottolineando che è “tutto un gioco”. Sarà. Fra le bambine più belle e quotate c’è una cinese – i tratti orientali sono molto gettonati perché più apprezzati dai buyer stranieri – che vive a Biella. Si chiama Michelle, e ha cinque anni. “Ma – mi spiega la madre Angel Wang, 35 anni, barista – ha cominciato a due anni. Adesso oltre agli spot e alle sfilate, fa anche pianoforte, danza, nuoto e kung fu. Lei è silenziosa, ma tosta. Mi dice sempre: se inizio una cosa e mi piace, voglio finirla”. Esattamente come le altre bambine, che si disputano un obiettivo sorridenti e truccate. Sembrano Tina Apicella in Bellissima, ma nel marasma di Pitti nessuno sembra cogliere malinconie o mestizie. Per sfuggire al caos è bene trovare rifugio nella più preziosa novità di quest’anno. Si chiama The Extraordinary Library e -in sinergia con la Bologna Children’s Book Fair, seguendo la selezione di Silvana Sola e Marcella Terrusi – ha portato a Pitti 100 libri per ragazzi. “Abbiamo voluto – spiega Terrusi – mostrare i fili che legano libri e moda. Un binomio declinato in diverse direzioni, che abbiamo raccontato scegliendo picture book e pop up per raccontare anche le storie di grandi maestri come Coco Chanel, Yves Saint Laurent, Givenchy, Dior”. I più piccoli hanno gradito. A qualsiasi ora lo stand era un pullulare di giovanissimi intenti a sfogliare sognanti i volumi. Per un attimo non erano più modelli o aspiranti tali, ma semplici bambini.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

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Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vegan

Pitti Taste:

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Domenica sono stata a Taste, rassegna enogastronomica promossa da Pitti che proseguirà fino al 16 marzo con gli eventi collaterali di Fuori di Taste. È a Firenze, alla stazione Leopolda, in un marasma di buoni sapori e di gastro-retorica italiana.

“Essere italiani è una cultura, uno stile di vita. È voglia di raccontare la semplicità di una tradizione fatta di cose buone, di sapore e soprattutto di fantasia, fantasia da mangiare, all’italiana, italiana vera”.

Lo slogan di una delle aziende presenti fra gli stand, che produce sughi in provincia di Salerno, è la sintesi perfetta e il manifesto involontario dell’iniziativa, che rispetto al 2015 non ha comunque alcuna vera novità (gli stand, addirittura, erano sempre nei medesimi posti).

Passeggiare fra i 340 produttori – messi l’uno accanto all’altro, in un carnaio di sapori, odori, chiacchiere di piacere e di business – è comunque piacevole perché, anche se in tre giorni passano per i corridoi circa 14mila persone (i numeri sono del 2015), capita di imbattersi nel buyer straniero (l’anno scorso sono stati 4500) alla ricerca della delizia da rivendere in Cina o in America, capita di parlare con il produttore di Zolla14, che vive sperduto nella Marca Trevigiana e qui coltiva in modo biodinamico 11 ettari di terreno con 8 varietà di meli per fare succhi limpidi che vengono proposti in bottiglie da vini pregiati e che sono stati indicati dal Gambero Rosso come i migliori d’Italia.

Buoni – e involontariamente comici, visto che la confezione li professa vegan al 100% e poco dopo consiglia di gustarli “con affettati e formaggi” – i biscotti di farro della Biscotteria Bettina, che propone salatini e dolcetti dagli accostamenti inediti (uno su tutti curry e semi di papavero). Naturalmente, è tutto fatto a mano. Condizione fondamentale per tutti i gastromaniaci moderni (dentro cui mi inserisco a pieno titolo).

Sempre nella traccia del “fatto come una volta” ci sono i pomodori della Masseria Dauna che va all’insegna del less is more. Dunque solo pomodoro, acqua e sale. Fra l’olio de Il Cavallino che propone un extravergine che mi ha fatto ricordare gli oli della mia infanzia, quando la merenda era pane-olio-e-pomodoro – e quello dei croati di Mate che presentava, in graziosi bicchierini, gelato alla crema affogato in olio extravergine dai nomi improbabili come bianca bellezza, trasparenza marina, timbro istriano.

Se per i non vegani era tutto un fiorire di formaggi (bellissimi quelli rivestiti di fiori e paglia), e per i non vegetariani c’era da assaggiare una lunghissima sfilza di salumi (improponibile la fila davanti alla ventricina di Fracassa, anche per i vegani c’erano diverse proposte aspettando Natural-mente che si terrà, a Montecatini, il prossimo fine settimana.

Vegan, belli, buoni e senza conservanti i prodotti dell’azienda agricola La Baita & Galleano che non ha un sito internet, ma ospita i clienti nei due ettari di frutteti e orti a picco sul Mar Ligure e propone marmellate, olio, olive, canditi e dei graziosi pacchetti di erbe aromatiche. Composte di frutta e succhi – rigorosamente biologici e made in Alto Adige – sono i prodotti di Alpe Pragas, che fa anche gelatine, mostarde, frutta sciroppata e sciroppi. Come Besio & Chinotto di Savona, che hanno portato in fiera quel sapore agrodolce del chinotto, declinato in canditi, marmellate, mostarde e amaretti (assaggiatelo: non è un sapore per tutti). C’è anche la F%nderia del Cacao, che produce fra l’altro barrette e cioccolatini vegan con latte di soya; non sono poi male, basta dimenticare il sapore del cioccolato al latte.

In Umbria, a San Vito in Monte, c’è invece Casa Cornelli che da oltre due secoli fa della semplicità il filo conduttore della produzione di zuppe (ottima quella di cipolle) e legumi lessati (come le locali cicherchie); un po’ cari, ma saporiti. Il must? Notissima e apprezzata in tutto il mondo, è probabilmente la Tortapistocchi di Firenze che è un concentrato di gusto – e di calorie – fatto solo di cioccolato e arancia (privo di latte, burro e uova).