bellissime, Tutto, niente

Bellissime va in Puglia

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Parole, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Maledetti toscani, maledetti lucchesi

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Non è un libro di Curzio Malaparte. E nemmeno un calzaturificio in provincia di Firenze. Non solo, almeno. Maledetti Toscani esce domani, ed è l’antologia curata da Raoul Bruni e pubblicata dalla pratese Piano B edizioni che mette sull’attenti alcuni fra i giovani autori di quella terra indecifrabile che è la Toscana. A tradimento ci sono anche io, unica spuria. Cosa racconto? L’educazione toscana di una meridionale trapiantata a Lucca. Il titolo del racconto, tanto per capirci, è Terroni  

Dalla prefazione di Raoul Bruni

Se c’è una terra d’elezione del racconto, questa è senza ombra di dubbio la Toscana, nella quale, con Boccaccio, il racconto occidentale moderno è nato e dove, nel secolo scorso, esso ha raggiunto alcuni degli esiti più alti in ambito italiano (Papini, Tozzi, Palazzeschi, Pea, Tobino). 

Questo libro si propone di raccogliere una scelta di racconti inediti composti dagli autori più significativi e originali della nuova narrativa toscana. Si tratta di narratrici e narratori nati tra la prima metà degli anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta, molto giovani ma non esordienti, anzi già noti al pubblico nazionale, che si sono distinti, fra l’altro, per la capacità di raccontare in modo singolare varie aree del territorio toscano. Firenze con il fortunato romanzo di Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza) Prato e i suoi dintorni (sfondo dell’opera prima di Ilaria Mavilla, Miradar, edita da Feltrinelli); Pisa, la città di Luca Ricci, unanimemente considerato uno dei più originali narratori contemporanei, Forte dei Marmi, rivisitata in chiave sarcastica da Fabio Genovesi nel suo libro Morte dei marmi (Laterza).  Tutti i nomi evocati, insieme ad altri, hanno contribuito a questa antologia narrativa toscana, l’unica del suo genere, mostrando come l’arte toscana del racconto non solo non si è esaurita con la fine del Novecento, ma anzi, all’alba del nuovo Millennio, appare più viva che mai.

Gli autori:

Simona Baldanzi (Fazi editore, Elliot, Ediesse); Diego Bertelli (Ed. della Meridiana); Cosimo Calamini (Garzanti); Silvia Dai Pra (Laterza, Minimum Fax, Gremese); Francesco D’Isa (Nottetempo); Fabio Genovesi (Mondadori, Laterza); Simone Ghelli (CaratteriMobili, Il Foglio); Ilaria Giannini (Gaffi); Pietro Grossi (Mondadori, Sellerio Editore); Emiliano Gucci (Feltrinelli, Guanda, Elliott); Gregorio Magini (Round Robin); Francesca Matteoni (Transeuropa); Ilaria Mavilla (Feltrinelli); Valerio Nardoni (e/o); Sacha Naspini (Elliott, Perdisa Pop); Alessandro Raveggi (Transeuropa, Effigie, Le Lettere); Luca Ricci (Einaudi, Laterza); Vanni Santoni (Laterza, Feltrinelli, :duepunti); Marco Simonelli (Leconte); Flavia Piccinni (Fazi, Rizzoli, Sperling&Kupfer); Marco Rovelli (Bur, Feltrinelli, Laterza, Barbès). 

Tutto, niente

Rosso Ilva

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A Taranto c’è un mostro dal nome romantico. È formato da dieci batterie di forni per coke, cinque altoforni, due impianti di agglomerazione minerale, due acciaieri LD, cinque colate continue a due linee per bramme, due treni di laminazione a caldo per nastri, un decapaggio ad acido cloridrico, un decatreno, un impianto di rigenerazione di acido cloridrico con tre forni ad arrostimento, una linea di elettrozincatura, due linee di zincatura a caldo, un impianto di ricottura statica con cinquantaquattro forni e centoventicinque basi, un treno tandem Temper, un treno lamiere quarto a due gabbie, un tubificio a saldatura longitudinale ERW, due tubifici a saldatura longitudinale SAW, un tubificio a saldatura elicoidale SAW da nastri/lamiere, sette impianti per rivestimento interno ed esterno di tubi in polietilene, resine epossidiche, FBE e cemento, infinite linee di finitura e taglio.

È una delle più grandi acciaierie d’Europa e la più grande d’Italia, produce il 92% della diossina nazionale, l’8,8%[1] di quella europea e fa del capoluogo pugliese la città più inquinata dell’Europa occidentale. Eredita il nome musicale, quasi che chiamare le cose con enfasi ne riduca la tragedia ambientale, da quello latino dell’isola d’Elba, dalla quale era estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia nell’Ottocento. Si chiama Ilva dal 1988, quando Italsider e Finsider furono messi in liquidazione e le unità produttive che tempestavano l’Italia, da Novi Ligure a Bagnoli, vennero smembrate prima del processo di vendita. Dal 1995 appartiene al Gruppo Riva che ne è tutt’ora proprietario.

Sull’Ilva ci sono varie leggende, ma tutte sembrano ridicole se paragonate alla realtà. Dentro non ci sono né draghi né sirene, solo uno stillicidio di morti e feriti i cui incidenti vanno in replica quotidiana per un totale che supera i tremila l’anno. Vista da fuori è un ammasso di muri e cancelli che si chiudono uno sopra l’altro a formare un cumulo di cemento compresso nel ferro insieme a vite umane, cancro, diossina, polvere e treni.

Dalla finestra di casa sua, che si affaccia dalla città vecchia sul Mar Piccolo, Caterina ha provato centinaia di volte a immaginarsi Taranto senza la fabbrica. Nella sua fantasia lascia spazio alla gigantesca raffineria petrolchimica dell’Eni, al grande cementificio Cementir, alle due centrali termoelettriche dell’Edison e alle altre decine di stabilimenti chimici, metallurgici, elettrotecnici e elettronici che compongono la zona industriale. Ma, per quanto si impegni, non è mai riuscita a cancellare le ciminiere alte che bruciano il cielo, le polveri rosse che vanno con il vento verso le nuvole per intossicarle, le luci intermittenti che con la notte sembrano accecare, le macchine parcheggiate tanto vicine da sovrapporsi nei lunghi parcheggi, davanti agli ingressi.

È come se la sua immaginazione rifiuti alternative, quasi aderisca tanto perfettamente alla realtà da non lasciare spazio ad altro. Da una parte la malattia e dall’altra i posti di lavoro, in una bilancia perenne e viziosa fatta di cassa integrazione, incidenti sempre più gravi e tumori.

Caterina ricorda ancora, benché siano passati quarant’anni, di quando suo nonno la accompagnava a prendere il padre al cancello D. C’erano altri bambini  vicini alle mamme o ai nonni, qualche ragazzo magro, degli uomini senza denti; c’erano ambulanti con i panini, un venditore di giocatoli e caramelle, il pescivendolo con le cozze e le triglie rosse dagli occhi appannati. Caterina, un giorno che si era avvicinata, aveva sentito la puzza di marcio e aveva guardato spaesata il nonno che, subito, l’aveva obbligata a tornare in macchina. Lei aveva ubbidito, ma dal finestrino aveva sentito e visto tutto lo stesso: il rumore forte della sirena, una luce gialla che lampeggiava, i cancelli che si aprivano e gli operai che uscivano con lo sguardo sbarrato, sporchi, sudati, lentamente, come cadaveri che arrancano piano verso una salvezza momentanea. Non riusciva a dimenticare le mani del padre che tremavano, mentre il nonno gli chiedeva cosa fosse successo. Allora a Caterina, come a me adesso, la fabbrica sembrava un universo senza nome governato da leggi interne imcomprensibili e sconosciute, appartenenti a una dimensione divisa fra il diritto alla salute e quello al lavoro.

Aveva perso suo padre all’età di sedici anni, ma non aveva voluto sapere cosa fosse realmente successo. Non le importava. La fabbrica era lì, vicino alla cassa da morto, fra il prete che parlava di Dio e sua madre che si strappava i capelli; era lì e lì sarebbe rimasta. I giornali avevano liquidato il suo dolore come l’ennesimo incidente sul lavoro e a lei non era restato altro che arrendersi, ancora.

Tutte le volte che incontro Caterina per strada la fermo. Ci siamo conosciute quando ero bambina, era amica di mia nonna, insegnavano nella stessa scuola elementare. Avevano passato la vita vicine a trasmettere addizioni e coniugazioni ai bambini di Taranto, gli stessi che adesso lavorano in Lombardia, Lazio, Toscana. Gli stessi che, appena hanno potuto, hanno lasciato la Puglia per dimenticarsi della loro città. Quando la vedo, mentre guarda distrattamente le vetrine del centro, e si stringe la borsa al seno, si fruga in tasca per dare l’elemosina al vecchio di Via Crispi, accende una sigaretta e aspira, penso all’Ilva. Nella mia memoria lei è legata all’acciaieria, e i ricordi dell’infanzia, quando sento il suo respiro rallentare fino a raggiungere il mio, si confondono con il presente; subito dopo mi sento mancare l’aria. Per me lei rappresenta quel concentrato di disperazione e di ineluttabilità che ho imparato a conoscere durante i pranzi familiari, i lunghi caffé al bar e le visite di cortesia ad amici e lontani cugini. Nella sua espressione leggermente corrucciata, i brevi sorrisi, le mani sempre in movimento, gli occhi quasi socchiusi, c’è una rassegnazione così sottile, e così profonda, che non riesco più a ispirare. Il petto sembra non essere più in grado di contenere il cuore quasi che, da un momento all’altro, possa esplodere.

Non parliamo mai molto, le nostre discussioni sono relegate da anni alla banalità, ma sono i gesti che conservano ancora tutto quello che non riusciamo a dire, che ci vergognamo di ripetere e di ammettere. Ogni volta, prima di salutarci, ci abbracciamo forte; il mio corpo contro il suo, le sue mani che afferrano le mie e le braccia che mi avvolgono violentemente diventano una trappola di ricordi sfilacciati che, mio malgrado, coprono tutto il passato e mi fanno vergognare di vivere qui e di non avere il coraggio di fare niente, di restare ferma a respirare aria malata e consumarmi dentro, uccidendo lentamente il corpo e la libertà.

Ogni volta che vedo Caterina penso all’Ilva, e tutto si confonde perché non c’è un filo logico da seguire. Non quello dei giornali che raccontano dell’incidente del reparto “Colata Continua 2” da cui il 22 gennaio 2009 sono fuoriuscite a mille gradi 200mila tonnellate di acciaio liquido, che poi sono state ridimensionate da un comunicato dell’azienda a 200. Non quello del primo caso mai accertato al mondo di adenocarcinoma del rinofaringe, meglio noto come cancro del fumatore, in un bambino di dieci anni. Non ai 7487 incidenti sul lavoro registrati in tutta la provincia nel 2007[2]. Neanche all’emergenza nazionale per l’ambiente che rilancia, con l’indagine appena effettuata dall’Eurispes, i dati del 2002 e annuncia come le emissioni di anidride carbonica[3] siano aumentate del 26% e quelle della diossina del 28,2%[4].

Quando penso a Taranto, all’Ilva, ai 25000 operai[5] che devono scegliere fra il piatto pieno e il rischio alla salute, ai 240.000 tarantini che si ammalano per l’aria che respirano, ai Riva, alle manifestazioni, al dolore, all’incapacità di reagire, a me viene in mente Caterina che mi offre un latte di mandorla a casa sua, poi mi porta davanti alla grande vetrata che si affaccia sul Mar Piccolo, mi indica l’acciaieria, mi dice di provare a immaginare Taranto senza la fabbrica e, quando le rispondo che non ci riesco, mi abbraccia stretto, mentre le ciminiere tagliano il cielo di rosso e la polvere si disperde a pioggia sulle case dei Tamburi e intossica sia gli abitanti, che niente hanno a che fare con l’Ilva, sia gli operai. Penso alla sua faccia stanca da vecchia comunista che con gli anni si è arresa e che adesso legge ossessivamente i giornali, aspettando che qualcuno, là fuori, faccia la rivoluzione al posto suo.

A volte me la immagino mentre, seduta sul divanetto di tela azzurra, commenta l’intervista al suo coetaneo, l’ottantatrenne Emilio Riva, che dipinge lo scenario inquietante di una progressiva decadenza. Dopo decenni di crescita, l’Ilva nei primi sei mesi del 2009 ha registrato un forte calo[6]: i profitti sono passati da 877 milioni a 503 milioni di euro[7], con una perdita del 44% che ha avuto disastrose conseguenze. La produzione trimestrale è infatti scesa da 4,7 milioni di tonnellate a tre, e per la fine del 2009 arriverà a due; verrà quindi ridotta del 70% e 4.300, dei quasi 12 mila  dipendenti assunti, verranno messi in cassa integrazione.

Penso a lei mentre si affligge e si chiede che fine faranno quegli uomini e quelle donne senza lavoro, senza soldi, senza mangiare. La vedo mentre ripete che è un cane che si morde la coda, una croce e una delizia e poi, guardando dalla finestra, scorge una nuova struttura lunga e scura, tetra, dal nome cacofonico e dalla funzione importante. È l’impianto Urea, che dimezzerà le emissioni di diossina portandole a 2,5 nanogrammi per metro cubo d’aria; sempre oltre il limite fissato per legge[8], ma almeno dentro quella prospettiva di miglioramento che dovrebbe essere garantita dal ventunesimo secolo.

Adesso la vedo, Caterina, mentre sorride, e riflette che, forse, un mutamento in corso c’è. La osservo mentre sorseggia un lungo bicchiere di orzata, cammina scalza per l’appartamento bollente, si sistema la tunica rossa che portava sempre quando mi accoglieva in casa da bambina, prima di farmi leggere Pinocchio al tavolo della cucina, sul quale troneggiava un grosso barattolo di pesche sciroppate a metà. “Quando ero piccola io, tutto questo era diverso” diceva spesso, indicando fuori dalla finestra, alcuni pomeriggi d’autunno, mentre lo scirocco fischiava violento infilandosi attraverso i cunicoli della città e dentro le case, scuotendo il mare, i panni appesi alle finestre, Taranto tutta.

La sua faccia in questo momento è la mia, quella di mia madre e di mio padre, quella dei miei nonni che se ne restano seppelliti nel cimitero cittadino sotto una spanna di polvere rossa e nera, quella degli operai che adesso, come durante la sua infanzia, escono fuori dalla fabbrica al rumore della sirena e si allontanano stanchi, strascicati, doloranti.

Mi piace immaginarla mentre contempla il paradiso del Mar Piccolo e si convince che qualcosa stia cambiando, e che anche se lei non riuscirà a vederlo ci sarò io, o i miei figli, o i miei nipoti. Qualcuno capace di guidare un cambiamento. Di fare, insomma, una vera rivoluzione contro la polvere rossa.


[1] ultimi dati stimati  dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti).

[2] infortuni sul lavoro denunciati all’Inail secondo il rapporto annuale regionale 2007

[3] 23,4 milioni di tonnellate

[4] da 71grammi/anno a 93grammi/anno

[5] lavoratori che tra diretti, indiretti e indotto gravitano intorno alla fabbrica

[6] Intervista a Repubblica 25 giugno 2009

[7] bilancio 2008 presentato in anteprima da Repubblica il 25 giugno 2009

[8] 0,4 nanogrammi secondo la legge della Regione Puglia

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 su Nuovi Argomenti. 

Cortocircuiti, Donne

La storia di Federica

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Ci sono storie che parlano direttamente al cuore. È questo il caso di Federica, 35 anni, barese, che ha accettato di raccontare il suo dramma di vittima di violenza e stalking. Di vittima di un amore che sembrava dolce, e che si è trasformato dopo poco in una prigione. In un incubo. L’ha fatto in una lettera che qui potete leggere integralmente, e che racconta meglio di qualsiasi reportage e – forse di qualsiasi dato – quel dramma che è la violenza, ma ancor di più il silenzio e l’omertà. Che racconta cosa vuol dire sentirsi sole, e rendersi conto di esserlo davvero.

 


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Non sono stata da subito “vittima”. Anzi. Lo chiamavo “Il mio Principe” perché era dolce, premuroso, a tratti paterno. Mi faceva regali e mi chiamava in continuazione, un vero e proprio adulatore. L’ho conosciuto tramite un’amica che, andando da lui per alcuni guasti alla macchina, me lo presentò come un suo “carissimo” amico. Lui era appena uscito da una storia molto lunga e la ex aveva fatto le valige ed era andata a vivere a Roma pur di non vederlo. Io ero single da un’anno circa. Passammo un’estate all’insegna del romanticismo, mi copriva di fiori e regali, andammo in vacanza insieme e anche in quella settimana era dolce e premuroso. Al ritorno decidemmo di iniziare una storia, da quella sera notai dei piccoli impercettibili cambiamenti che giustificavo con la stanchezza.

Il primo segno di violenza lo diede quando per una palpatina che ebbi da un mio collega, a cui io avevo già risposto con la classica sberla e l’ammonizione, lui si sentì in diritto di prenderlo a pugni ferendolo in maniera seria. Fui costretta a lasciare quel lavoro e lui mi propose di andare a lavorare insieme a lui nella sua attività aperta da poco. Così cominciò la discesa nell’inferno…

Si può dire che era come se vivessimo insieme: mi veniva a prendere la mattina, c’era la classica colazione al bar, poi si andava ad aprire l’attività, a pranzo stavo da lui a tavola con i genitori e famiglia, il pomeriggio caffè, lavoro, intorno le 21 si tornava a casa sua per la cena. Poi mi chiedeva di accompagnarlo a letto dove lui dormiva e io dovevo stargli accanto con una luce puntata sugli occhi fino all’incirca le 4 di mattina, fin quando non mi diceva che potevo andare, mi dava le chiavi della macchina e io sparivo.

Col passare del tempo diventò sempre più assente nell’attività e morbosamente geloso di me. Ipotizzava numerosi tradimenti con fantomatici tizzi, le liti erano sempre più frequenti. Un giorno litigammo perché era convinto che io stessi flirtando con l’autore di una mail di spam che arrivava in ufficio, aprì l’allegato, che a suo dire era la prova inconfutabile, e si beccò… un trojan!!

Nell’officina mi umiliava urlandomi contro davanti ai clienti, mi mandava a prendere il materiale e mi chiamava per gridarmi che ero lenta. Arrivai a fare la statale a 140 km orari fissi e a farlo parlare col commesso appena arrivavo dal fornitore. Mi urlava sempre, piegandosi su di me come per sovrastarmi.

Poi spariva per mattinate intere. Arrivai ad ipotizzare che fosse lui a tradirmi e, per quello, reagiva al contrario, così la sera di S.Valentino, quando lui parcheggiò la macchina in uno spiazzo per parlare, io con calma gli chiesi se non fosse meglio che ci lasciassimo perché avevo capito che non andava.

Lui non parlò, prese la mia testa e la sbatté forte contro il parabrezza rompendolo. Ricordo solo l’urto e poi il pavimento della macchina. Corsi via spaventata, chiedendo aiuto, entrai nelle stradine, chiamai la mia migliore amica che mi raggiunse sotto casa, ma lui era lì che mi aspettava. Era sereno, sorridente, calmo. Tranquillizzò la mia amica e la invitò ad andarsene.

 

cuore

 

Appena soli, mi picchiò ancora, dicendo che ero sua e che poteva farmi quello che voleva, mi diceva che non potevo lasciarlo e che il mio posto era in officina, io gli servivo lì!!! Quella notte fu un susseguirsi di fughe, con lui che mi raggiungeva e mi picchiava. Mi rifugiai nella caserma dei carabinieri, sola, spaventata, con gli occhi lucidi, il trucco sciolto, i capelli sconvolti, le ferite, le pedate sui vestiti e loro mi dissero di andare a casa, rilassarmi e calmarmi, e che la mattina dopo sarebbe finito tutto. Mi trattarono come una pazza, e io avevo paura. Mi dissero “poverino, se lo denunci lo rovini”. Mi dissero questo, infischiandosene di come stavo. Ecco una frase che non dimenticherò più.

La mattina seguente mi venne a prendere con dei fiori, mi abbracciò, mi chiese scusa e andammo in quell’officina che per me era diventato un carcere. Da quel momento, le violenze aumentarono esponenzialmente, e ad ogni volta seguivano fiori, regali e fughe d’amore.

Con la mia famiglia non ho mai avuto un grande rapporto, loro si limitavano a guardare e basta, poi in quel periodo ci furono anche dei forti scossoni in casa per alcuni problemi con la chiesa che frequentavamo. E lui usò quei problemi per prendere ancora più potere. Mi diceva che se gli altri (la famiglia e la chiesa) mi facevano del male lui poteva farmene di più.

Lentamente vennero fuori anche le relazioni parallele che aveva: c’era la ragazza che lavorava al bar che frequentavamo che arrivò a dirmelo in faccia (lei diventò la relazione ufficiale dopo che lo lasciai), c’era una amica di comitiva (la sua attuale fidanzata) con cui facevamo cene e uscite in stile lui, lei, l’altra. L’altra ero sempre io. Mi faceva fare il terzo incomodo mentre lui flirtava liberamente, la copriva di complimenti e l’adulava. Mentre lei contraccambiava.

Mi sentivo in prigione. Ebbi una grave depressione, attacchi di panico, prendevo quantità industriali di tranquillanti. Avevo bisogno di calmarmi. Lui, intanto, mi incitava anche a bere perché così, la sera, quando uscivamo con gli amici io ero completamente fuori, mi muovevo in una sorta di trance, in modo da farmi fare qualsiasi cosa da lui di fronte agli amici. Una volta arrivò a lasciarmi sola di notte a Palese per punirmi. Ogni giorno la paura aumentava.

Sopraffatta dallo schifo, dalla paura, alla fine decisi che dovevo farla finita.

Il giorno predestinato avevo scelto il modo, l’ora (appena fossi stata sola in casa) e addirittura anche il vestito da mettermi. Ma qualcosa andò storto. Lui mi mandò a consegnare le fatture in sospeso ai clienti. Quando ebbi finito di sistemarle, entrai in una chiesa nei paraggi e chiesi a Dio aiuto per uscire da quella galera. Non so per quanto tempo rimasi lì dentro a piangere e supplicare.

 

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Quel giorno i miei piani sfumarono, è vero. A salvarmi fu una proposta di lavoro in Germania da un’agenzia on line a cui mi ero iscritta quasi per gioco. Accettai il lavoro, presi contatto con i miei nuovi titolari e feci il biglietto, tutto di nascosto a lui.

Il giorno successivo andai in officina convinta di mettere fine a quella storia che di amore non aveva nulla. Gli restituii le chiavi e lui partì per la tangente, mi picchiò forte, mi prendeva, mi alzava in alto, mi buttava in terra stile wrestling. Per la prima volta, reagii. Gli davo dei morsi alle braccia per far in maniera che mi lasciasse andare. Ma i miei sforzi non valevano niente e quella volta la violenza fu ancora più forte delle altre.

I vicini vedevano, io chiedevo aiuto, ma nessuno è arrivato a soccorrermi. Nessuno.

Quando riuscii ad andarmene mi feci medicare in ospedale, poi tornai alla caserma dei carabinieri ed ebbi la stessa risposta di sempre “poverino, poi lo rovini, e se poi vi rimettete insieme?” e “vai a casa e rilassati, vedrai che finirà tutto”. Mi spiegarono che la denuncia serve solo a creare un precedente perché, se fosse successo qualcosa di peggiore (PEGGIORE???),  lui sarebbe stato il primo indagato. Ma siccome era uno molto conosciuto in paese e ben voluto da molti i carabinieri non se la sentivano di fargli tale sgarbo…

I giorni seguenti non andai in officina nonostante le sue numerose chiamate, che alternavano scuse a ingiurie pesanti, minacce a fiori, promesse di una vita insieme a umiliazioni.

Rimasi chiusa in casa fino a giorno della mia partenza, quando arrivai in Germania buttai finalmente il tranquillante. Mi ero libera, anche se lui continuava a chiamarmi dicendo che io ero partita lasciandolo nei casini al lavoro.

Già, non lamentava la mia mancanza, ma l’assenza dal lavoro.

Passai alcuni mesi in Germania. Lavorava dalle 10 alle 13 ore giornaliere, ma mi sentivo meglio, più leggera, i miei titolari erano dolcissimi, molto comprensivi, il posto era un parco naturale dove la gente andava per rilassarsi. In quel luogo ho potuto riassaporare la tranquillità. Finalmente non avevo più paura.

 

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Tornai in Puglia alcuni mesi dopo perché mio padre sentendo la mia mancanza mi trovò un lavoro. Rincasai il giovedì sera e lui il sabato si fece trovare sotto casa mia con la sua nuova ragazza. Mi trascinarono in un luogo meno illuminato e mi picchiarono, ancora, insieme, mentre io le urlavo che a breve anche lei avrebbe vissuto la stessa esperienza. Le stesse botte, e la stessa paura. Non mi sbagliavo: successe proprio così.

Quella sera stessa andai di nuovo in caserma. Questa volta decisa a denunciarlo, minacciando denunce a chi non voleva aiutarmi. Finalmente mi fecero deporre.

Dal giorno dopo lui però cambiò strategia. Non usò più la violenza. Mi seguiva sempre. Quando andavo e tornavo dal lavoro, quando uscivo con gli amici, quando cominciai la relazione col mio attuale marito, quando ci appartavamo.

Ricordo ancora che, quando andammo a convivere, faceva in modo di entrare nel residence dove vivevamo. Se non poteva lui, mi faceva seguire dalla sua ragazza. Ci è voluta tanta forza per pensare che prima o poi sarebbe finita. Mi dicevo che si sarebbe stancato. Me lo ripetevo senza sosta. Era il pensiero cui avevo bisogno di aggrapparmi.

Un giorno, tornando dalla solita spesa settimanale con mio marito, lo scorgemmo mentre stava per entrare nel cancello per il suo periodico sopralluogo. A quel punto mio marito seccato partì per un vero e proprio inseguimento stile film con tanto di incidente quasi sfiorato da parte del mio ex. Quella fu l’ultima volta, da allora in poi nulla più.

Ma la paura quella intima, nascosta, rimane. L’abitudine di guardarmi attorno temendo di scorgere ancora quello sguardo c’è ancora, soprattutto dopo aver avuto i bambini. Ho cambiato paese, non per lui ma per avvicinarci al lavoro di mio marito, ora sono più tranquilla, vivo sentendomi libera di camminare sapendo di non poterlo incontrare.

Purtroppo non c’è un consiglio, una forma standard da dare a chi si trova nelle medesime situazioni. Si può dire di essere forti, ma in quei momenti non si è mai forti abbastanza. Ti senti venir meno. Hai sentimenti contrastanti tra l’affetto, lo schifo, l’odio e la vendetta.

Le chiavi per sopravvivere allo stalking sono tutte diverse. La mia fu la fede che mi permise di aggrapparmi con tutte le forze e uscire da una situazione orribile.

La vera differenza, però, dovrebbe farla la famiglia. Non posso credere che le famiglie di queste 54 vittime solo nell’ultimo anno non abbiano visto nulla, un segno, un livido, un volto più triste. La famiglia dovrebbe aiutare, supportare, proteggere!

Stamattina sentivo un’intervista allo zio di Vanessa, la ragazza strangolata dal fidanzato, che diceva che se l’avesse avuto lui per le mani chissà cosa glia avrebbe fatto…

Ma quante volte quel ragazzo avrà partecipato a cene di famiglia? a quanti compleanni? Quante volte avranno visto il volto di Vanessa imbronciato per qualche avvisaglia di violenza? E nessuno ha mai fatto nulla per proteggerla.

In questi casi, ad un omicidio non si arriva per un unico raptus, ma per un lento degenerare che spesso dura anni.

Adesso vorrei dire alle “altre”, alle “Ludovica Perrone” della situazione (parlando del caso di Melania Rea) di non insistere, soprattutto quando vedono la psiche dell’uomo vacillare, quando vedono salire le bugie. Domani a giacere morte in un parco potrebbero essere loro!

Vorrei dire alle forze dell’ordine che dovrebbero proteggerci, che noi non siamo delle mantidi religiose che vogliono far fuori il maschio della specie, ma alle volte una notte in caserma potrebbe servire da monito per gli eventi seguenti. Non bisogna aspettare di tumulare un cadavere per parlarne, è facile dire che lo spot di Beppe Fiorello è bello, ma spesso non sono le donne a non voler parlare. Spesso sono gli altri. È la società circostante a farle tacere, a non ascoltare il grido, a girarsi dall’altro lato quando notano una scena di violenza.

Gente che si svende, nel mio caso, per un cambio d’olio o una ricarica d’aria condizionata gratuiti. Gente che diffonde false informazioni per favorire la trasformazione agli occhi del paese di un bruto in un santo, di una vittima in una vipera.

Se dovessi scegliere una frase per descrivere quel periodo userei “un tunnel nero, da dove per fortuna si può uscire”. Nei miei occhi, però, se mi guardi bene, riconoscerai sempre quell’impronta d’ombra che ne rimane.

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Queste belle foto sono di Phoebe Rudomino

Grazie Federica

Da Cortocircuiti


Tutto, niente

A Otranto, quattro ragazze

Qualche giorno fa sono stata a Otranto. Oltre quello di cui ho già scritto – e che troverete domani su Repubblica Bari – sono rimasta sconvolta da un incontro.

Facciamo un passo indietro.

Nella piazza, proprio di fronte alle mura del Castello, c’è un albero a forma di fungo. Fungo, appunto, lo chiamano gli idruntini. Sabato mattina sotto quel fungo c’era un gruppo di quattro ragazze, che chiacchieravano e ridevano.
Mi avvicino e comincio a parlare con loro, mi piacerebbe intervistarle, ma sono troppo timide. Chiedo allora se possono aiutarmi a trovare qualcuno in grado di portarmi un po’ fuori città per fare delle foto dall’alto, e parte subito un giro frenetico di telefonate ad amici e conoscenti che, però, si risolve con un nulla di fatto.

A un certo punto chiedo loro cosa ci fanno, alle 12, in piazza a chiacchierare. Non hanno, forse, un lavoro?
Mi guardano come fossi un aliena.
“Aspettiamo che il tempo passi” dice una.
“Non lavorate?” insisto.
E loro fanno tutte un gesto a metà fra lo sconforto e la derisione. Si vede che non vogliono ridere di me, ma la mia domanda deve sembrare davvero cretina. “Lavoriamo solo d’estate” risponde una, quella più grande. “Quattro mesi l’anno” precisa.
“E il resto del tempo?” chiedo ancora.
“Stiamo a casa dei genitori” mi spiega una, con il cappuccio sulla testa e una notevole somiglianza alla beniamina della zona, Alessandra Amoroso.
“E non fate nulla?”. Sono entrante, ma sono veramente senza parole. Mi sento impotente per loro, giovanissime e già così demotivate. Sorridono, ma non hanno speranza.
“Aspettiamo” dice ancora quella più grande, con i capelli a caschetto e gli occhi verdi. “Aspettiamo che arrivi giugno”.
“E provare ad andare via?” chiedo ancora.
“Gli affitti sono troppo alti al Nord, e quanto puoi guadagnare? 1000 euro?”.
Le guardo, e vorrei dire che sì, non è tutto facile, ma che la vita non può essere solo questo. Un fungo sotto cui parlare, d’inverno, aspettando che arrivi l’estate.

Tutto, niente

La ragazza dal cappello rosso

Oggi, parlando con Mario Marino del Fondo Verri, mi è tornata in mente Chiara Ruggeri e le belle parole che Mario Desiati le dedicò su Nuovi Argomenti nel 2004. Sarà che stasera Lecce è bellissima, bianca come il latte, con i suoi balconi in ferro battuto e le sue luci crepuscolari, ma mi va di rileggere queste parole e pensare a Claudia, che un giorno aprì la finestra e provò a volare.

Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri ad una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale.
Ma adesso torna indietro.
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era l’età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all’anima.
Era dotata di una propensione unica, aveva inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Quella lingua era fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato e teatralità. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza.
Quel sabato pomerigio dell’ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: ” del traghettatore: e volli/ il”folle volo” cieca sicura tuta/ volli la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli arnesi/ di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il libro (…); tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel vuoto.
In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora considerata una giovane autrice. probabilmente qualche curatore l’avrebbe inclusa nella sua personale, storicizzante, antologia; probabilmente Francesco Leonetti e Nanni Ballestrini l’avrebbero invitata per dare un po’ di colore a Ricercare, probabilmente Goffredo Fofi l’avrebbe chiamata per parlare della nuova ondata dei talenti pugliesi, Repetti e Cesari l’avrebbero chiamata per fare ” Ragazze che dovresti conoscere”. Probabilmente un sacco di cose. Oggi questa patina di dimenticanza l’ha avvolta dentro la biblioteca dell’Università di Lecce nelle pagine di una rivista piccola e meritoria chiamata L’Incantiere che realizzò un numero speciale due mesi dopo la sua prematura scomparsa.
In quel numero ci sono poesie sufficienti per trarne un libro. Sarebbe il più folgorante libro di poesia italiana della nuova generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate  della new wave poetica di questi tempi.
Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva tutta sua e soprattutto un’idea della poesia tutta sua. Nuova, sciolta dagli schemi più triti, aveva scritto un’opera battezzata Inferno Minore in colta contrapposizione all’ Inferno Maggiore di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno interiore.
Dante era certamente il suo principale riferimento letterario, un modello irraggiungibile di erudizione e arte. Perfettamente in questo senso, per esempio, vanno alcuni versi della poesia Lamento della sposa barocca (ocpatus), una delle liriche più riuscite della prima raccolta. Quando dice: ” (..) amore/ tavrei dato la sorte di sorreggere/ perché alla scadenza delle venti/ due danze avrei adorato/ trenta/ tre fuochi, perché esiste una Veste di/ Pace se su questi soffitti si segna/ il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta…Si tratta dell’apparizione della Madonna in Paradiso, come dice la Ruggeri stessa in nota, Dante a quel punto nota l’arcangelo Gabriele che vola attorno alla Madonna cantando.
Scrive a proposito MIchelangelo Zizzi; ” Era dotata di grande cultura, la sua lingua poetica rifletteva l’impasto provenzale con quello italiano dando risultati imprevedibili.. Aveva una carica espressiva enorme, quasi un dono della divinazione e del magismo che si trasferiva nel mito. Il mito era vissuto da lei come ricordo, come forza irrompente della vita, come epifania del sacro, ed ecco chiavi di volta nelle sue liriche figure come il Mago, il Matto ecc. Credo che una riscoperta sia necessaria per diversi aspetti, in primis, la difficile reperibilità in Italia di una simile scrittura, talmente complessa ed originale che corre il rischio della marginalizzazione.”
C. R. era un’eccezionale lettrice capace di performance fuori dal comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione.
L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli intellettuali più vicini a Claudia Ruggeri.
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per Dario Bellezza stroncato dall’Aids pochi mesi prima che morisse C.R.
La vita di C.R. negli ultimi anni era molto diversa. Appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini. Proprio grazie a Verri Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia. LO stesso Fortini non capì però l’aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. E oltre ai giudizi lusinghieri uni alcune critiche. Innanzitutto fare piazza pulita dei suoi modelli. troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, Non erano troppi, entravano nelle poesie,, in maniera devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e sintattica che non trova precedenti.
Scrive Antonio Errico dei modelli invasivi di Claudia Ruggeri: “Sapeva che dire è ri-dire, che scrivere è riscrivere, parlare è citare. (…) pensava alla letteratura come a un vorticare di echi, forse anche persino come atto d’amore di un intenzionale plagio. Si rischia un po’ quel luogo comune che tende a volte considerare la citazione un modus amandi nei confronti di un autore. Ma per Claudia si trattava anche di un modus operandi”. E la stessa Claudia Ruggeri in una sua poesia confermava quanto detto da Antonio Errico: “..o poeta che ti copio come capita/ora che il mio racconto è andato a male come credo che succeda a un certo punto che / sfugga la pagina esatta il rigo la parola giusta da riscrivere in cima al verso o da rimare/ con quello appresso; per imparare a scrivere a macchina una buona volta con due / dita e spaginare dannunzio tragico per rubargli il rigo esatto la parola così / per massacrarla con le dita una buona volta imparare.”
Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando intermini di  “impunità” della parola. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e Claudia Ruggeri, scrivendo in una certa maniera, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Lo stesso Fortini nel 1980 in Einaudi bocciava tutti quei libri di poesia che non contenevano all’interno la parola operaio. Fortini chiuse una sua lettera del 10 marzo 1990 così “lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in se e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e ne voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Effettivamente Claudia faceva un po’ paura, troppo sregolata e barocca per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso l’Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente cara a fortini. C’era uno sguardo lucido e con poco incanto di fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico milanese(probabilmente il poeta Bruno Brancher) dopo un incipit struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si rammarica scherzosamente che l’Italia sia stata unita: “da allora questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s’allunga e adagio poco sfiata, e s’allunga sempre più e comincia proprio da Lecce questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di De Mita)…”
Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe PIccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata” come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, ” aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, delle frase fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.

 
Mario Desiati
“Nuovi argomenti”
numero 28 quinta serie ottobre/dicembre 2004
Mondadori