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MONDO PITTI, DOVE NASCE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA BELLEZZA INFANTILE

gli stati

 

Stiamo accalcate le une sulle altre. Strette fra la balaustra e il muro. Respiriamo il fiato e gli umori della sconosciuta che ci fa da seconda pelle. Restiamo immobili, i faretti traballanti intorno ai piedi. Sotto di noi, la platea è una collezione di tavolini tondi dai colori pastello sopra cui sono sistemati dei vasetti con popcorn e marshmallow.

“Attenzione, non vi muovete che, se scoppia un incendio, ci rimaniamo secche”. Le parole della donna accanto a me risuonano come un presagio. Intorno le altre madri sbuffano, agitano fogli piegati a ventaglio, si lamentano al cellulare. “Condizioni così disumane non me le sarei mai immaginate” mormora una, “sembriamo carne da macello, eppure siamo noi che diamo loro la materia prima” chiosa l’altra.

Siamo nella piccionaia della piccionaia del Teatro Odeon, pieno centro di Firenze. È la sfilata de Il Gufo, uno degli eventi più importanti di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda bambino più autorevole e famosa del mondo. Restiamo ammassate in uno spazio cui è vietata, come ci spiegherà terrorizzato un tecnico della struttura, la presenza di così tante persone. “Questo è il posto degli addetti luci” si è giustificato poco fa l’uomo, imbarazzato, provando a suggerire di andare via. Eppure, non ci ha potuto cacciare: i genitori si sono infuriati, e non ci sono altri spazi per ospitare le mamme dei bambini che fra poco sfileranno.

È quasi sera. La sfilata è in ritardo di venti minuti, gli ospiti – i buyer internazionali, i negozianti e i giornalisti per cui tutto questo è stato allestito – ancora non sono arrivati. I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina, e da due giorni vivono qui dentro: prima hanno fatto i fitting degli abiti, dunque estenuanti prove per imparare la coreografia che fra poco andrà in scena. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua. “Cosa vuol dire che non hanno ricevuto l’acqua?” ho chiesto a Elena Meazza, fondatrice insieme a Laura Antonioli dell’agenzia milanese per baby modelle e baby modelli Piccolissimo Me. “Vuol dire – mi ha risposto lei – che non gli hanno dato neanche una bottiglietta d’acqua. Letteralmente”.

Questa non è una pratica nuova al mondo bimbo. Molto spesso – e sono decine le bambine e le madri che me lo hanno confessato – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Si tratta di un codice di comportamento frequente, condiviso con il mondo adulto dove le pause sui set sono ridotte al minimo per contenere le distrazioni e gli errori.

“Queste pratiche – mi ha confidato una mamma con un passato da modella – sono sostenute anche nell’ambiente dei grandi, ma questo non mi interessa, perché per quanto riguarda il bambino le considero allucinanti. Già perdo la testa quando vedo mia figlia costretta a cinque, sei ore di lavoro senza pause, o quando per giorni di lavoro ci pagano una miseria, ma i diritti basilari vanno rispettati! Anche un paio di mesi fa la piccola è tornata a casa da un photoshooting della collezione di un noto brand italiano e mi ha detto che le era stato vietato di bere. Sono andata su tutte le furie. Ne ho parlato con l’agenzia e la risposta mi ha gelato: le cose vanno così, o sei dentro o sei fuori. Passerò da rompiscatole? La bimba lavorerà meno? Non importa. Non ci ho pensato due volte e ho cambiato: di agenzie ce ne sono poche, questo è un mondo piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, ma non potevo restare con chi ci aveva trattato così”.

Effettivamente, quello del mondo bimbo in Italia è un universo piccolo che passa attraverso una manciata di società. A gestirle sono prevalentemente donne che hanno trascorsi nella moda e si muovono fra casting, selezioni, e sfilate quasi fosse casa loro. Intorno a queste agenzie – che costruiscono il supporto fisico per le sfilate e le pubblicità, gli spot televisivi e i redazionali delle riviste patinate – trova consistenza la moda bimbo, che da sola ha un giro d’affari pari a 2,7 miliardi di euro. E Pitti con le sue oltre 500 collezioni, di cui quasi la metà proveniente dall’estero, e con i circa 7000 compratori italiani ed esteri che ne affollano le corsie, si configura come l’appuntamento più importante del mondo. Il cuore pulsante della moda bimbo per sei giorni l’anno: tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno. Fra gli stand e le passerelle, fra i riservati cocktail e le esclusive presentazioni, nasce l’immaginario collettivo che a pioggia ricadrà nelle pagine di pubblicità e nei redazionali, negli spot televisivi e nei video virali. Fra una bottiglietta d’acqua negata e una passata di mascara prende forma la bambina secondo i parametri moderni: quelli della bellezza. Quelli dell’apparenza.

Questo estratto è un’anticipazione di Bellissime della scrittrice e giornalista Flavia Piccinni. Il libro esce oggi per Fandango Libri.

Dai centri commerciali del napoletano alle periferie toscane, passando per la riviera romagnola e l’hinterland milanese, da sfilate di baby modelle a concorsi di bellezza per under 10, Flavia Piccinni racconta di un mondo poco indagato, da cui nasce e si sviluppa l’immaginario collettivo relativo alla bellezza infantile, che a macchia si diffonde dal nostro Paese in tutto il mondo.

Questo estratto è stato pubblicato su Gli Stati Generali

In edicola, Tutto, Tutto, niente

Quei bambini di #PittiBimbo

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Sfilano sorridendo. A volte imbronciati. Altre volte sfrontati. Hanno dai quattro a nove anni. Si chiamano quasi tutti Sofia, Leonardo, Stella e Marco. Come se i nomi fossero già promessa di bellezza. Anche se non hanno ancora perso i denti da latte, indossano una calzamaglia pitturata di giallo e sono truccati da giocolieri, appaiono sicuri di loro e immersi in una bellezza consapevole, che si nutre si sguardi e di pose adulte. Mentre sfilano, davanti a fotografi e buyer internazionali, le bambine ridefiniscono il concetto stesso di splendore: lunghi capelli ondulati, guance rosa e nasini all’insù. Bamboline che ondeggiano con abiti da sogno. I maschi sono più strafottenti, con i capelli ricci e ribelli, lo sguardo da duri. Si definiscono “quasi famosi” e sono i protagonisti indistinti di una colonizzazione di moda e di stile che piove su Firenze due volte l’anno con il nome di Pitti Bimbo, fino a questa sera alla Fortezza da Basso. Si tratta dell’appuntamento più importante al mondo per la moda bambino. Un concentrato di piccole giacche, scarpe formato mignon e abiti da cerimonia che mette insieme 503 marchi di rilievo internazionale, coinvolgendo ogni stagione oltre 10mila visitatori, centinaia di buyer internazionali e di giornalisti. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma non lo è: la moda bimbo vale per i mostro Paese quasi 3 milioni di euro. I singoli capi vanno dai 200 euro di un paio di jeans ai 3000 euro per un abito elegante. Una follia? Non proprio, almeno guardando gli stand e il popolo di Pitti. Un popolo elegante in modo straccione, come conviene a questa stagione che è tutta pellicce, derby portate senza calze (a favore di simpatici calzini che lasciano intravedere nudi e gelati polpacci), capelli liscissimi e aria annoiata per tutto ciò che è reale, e non si può consultare da uno smart-phone. L’aria che si respira è di benessere economico e di floridità. Naturalmente, appena sono lontani dagli stand, tutti si lamentano: dei costi esorbitanti della manifestazione, della difficoltà di raggiungere fisicamente la Fortezza, dei buyer che sono pochi e spilorci. Di palese c’è che, rispetto agli anni scorsi, gli show sono pochissimi. Gli insider dicono che la colpa sia dei costi proibitivi degli spazi, tanto è vero che la maggior parte dei brand ha preferito organizzare le rare sfilate in città. Perfino i bambini hanno visto ridimensionare, se non annullare, il loro compenso. “Adesso consegnano una busta con un outfit, una maglietta e un pantalone, e finisce lì. Porto qui mia figlia solo perché le piace farsi pettinare e truccare, ma per me che vivo in Liguria il Pitti è sempre una rimessa” mi confida una mamma, che non vuol rivelare il suo nome. Anche le agenzie soffrono: “Per fortuna il mondo bimbo – spiega lapidaria Elena Meazza, direttrice dell’agenzia di casting Piccolissimo Me – vive di spot e di cataloghi”. Vive, insomma, della declinazione dell’immagine di bambini bellissimi, che hanno padri pressoché assenti e mamme altrettanto belle, e spesso molto agguerrite. Le vedi mentre filmano i figli in ogni istante, o quasi. Le vedi mentre alle sfilate li riprendono in diretta streaming su Facebook, e commentano ad alta voce ciò che gli amici scrivono, facendo un grande miscuglio liquido fra la realtà che stanno vivendo, quella che vogliono far vedere agli altri e il sogno.

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La maggior parte delle baby modelle vengono dal Nord Italia, dove le agenzie sono più numerose ed è più semplice raggiungere i casting. “Noi – mi racconta Anna Tebaldi, grandi occhi verdi e capelli castani, 38 anni, mamma – abitiamo a Verona, ma almeno una volta la settimana andiamo a Milano per Valentino”. Valentino è il suo primogenito, un bel bambino con i capelli biondi e lisci, degli occhiali tondi dalla montatura blu. “Ha iniziato – mi spiega Anna – a cinque anni, e negli ultimi due ha fatto decine e decine di spot televisivi, diversi cataloghi e pubblicità per giornali e riviste. Tutto è iniziato per gioco: ho letto un post su Facebook dove cercavano una bambina piccola per una pubblicità, ho mandato diversi scatti della mia bimba, che adesso sta cominciando a lavorare parecchio, e in una di queste c’era anche Valentino. Lo hanno visto, e la settimana successiva già stavamo girando una pubblicità”. Gli occhi di Anna, mentre parla e racconta che il bimbo in città spesso viene riconosciuto, vibrano. Esattamente come quelli di Liya Dai, 31 anni, commessa di origine cinese che vive con il marito calabrese, professore in un liceo, a Seano, vicino Prato. “Abbiamo mandato una foto a un’agenzia – mi racconta, mentre la figlia incantevole sorride – e ci hanno contattato. Lei è felice, e fino a quando vuole continueremo”. Stessa filosofia della maggior parte delle mamme, che seguono i figli con devozione e attenzione, sottolineando che è “tutto un gioco”. Sarà. Fra le bambine più belle e quotate c’è una cinese – i tratti orientali sono molto gettonati perché più apprezzati dai buyer stranieri – che vive a Biella. Si chiama Michelle, e ha cinque anni. “Ma – mi spiega la madre Angel Wang, 35 anni, barista – ha cominciato a due anni. Adesso oltre agli spot e alle sfilate, fa anche pianoforte, danza, nuoto e kung fu. Lei è silenziosa, ma tosta. Mi dice sempre: se inizio una cosa e mi piace, voglio finirla”. Esattamente come le altre bambine, che si disputano un obiettivo sorridenti e truccate. Sembrano Tina Apicella in Bellissima, ma nel marasma di Pitti nessuno sembra cogliere malinconie o mestizie. Per sfuggire al caos è bene trovare rifugio nella più preziosa novità di quest’anno. Si chiama The Extraordinary Library e -in sinergia con la Bologna Children’s Book Fair, seguendo la selezione di Silvana Sola e Marcella Terrusi – ha portato a Pitti 100 libri per ragazzi. “Abbiamo voluto – spiega Terrusi – mostrare i fili che legano libri e moda. Un binomio declinato in diverse direzioni, che abbiamo raccontato scegliendo picture book e pop up per raccontare anche le storie di grandi maestri come Coco Chanel, Yves Saint Laurent, Givenchy, Dior”. I più piccoli hanno gradito. A qualsiasi ora lo stand era un pullulare di giovanissimi intenti a sfogliare sognanti i volumi. Per un attimo non erano più modelli o aspiranti tali, ma semplici bambini.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

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Moda, Moda e Stile, Pagina99

Milano, autunno inverno 2014

Fendi

Vale tutto e il contrario di tutto. Purché sia bello, e preferibilmente lussuoso. Da Londra, dove i défilés sono stati protagonisti dal 14 al 18 febbraio, a Milano, dove sono cominciati mercoledì, non è mai stato tanto inverno sulla passerella, e così primavera fuori. Già, perché se a sfilare sono state modelle impellicciate, con elegantissimi abiti e lunghi stivali, l’interminabile florilegio di bloggers e it girls, locali o internazionali, accreditate o ancora terribilmente aspiranti, ha dato prova di eroica resistenza al freddo con leggerissimi abiti di organza, ingiustificati occhiali da sole, graziosi abbinamenti discolored. Non sono mancate le freddolose che, sotto abiti in seta, hanno indossato pantaloni oversize in felpa o calze coprenti e fluorescenti di almeno 120 denari.

Da Londra arrivano gli accessori di Anya Hindmarch, creatrice sette anni fa della borsa slogan I’m not a plastic bag, che libera adesso la sua ispirazione fra gli scaffali di un centro commerciale; ma anche le lussuose stole in pelliccia di Marques’Almeida, il côte chic di Erdem che ha scelto un’intrigante passerella scarlatta e la meravigliosa, irrinunciabile, elegantissima dark lady di Tom Ford. E se Burberry’s ha tirato fuori il suo lato selvaggio nei toni dell’autunno, proponendo una misteriosa guerriera urbana avvolta però in morbide stole, improponibili si sono purtroppo mostrate le geometrie di JW Anderson e di Peter Pilotto, più seducenti che creative.

Freneticissime le sfilate milanesi che, con ben 143 collezioni, mettono in scena tutto il Made in Italy e le sue infinite suggestioni. Dall’ispirazione cartoon di Jeremy Scott per Moschino a quella gitan-chic di Twin Set, dalle atmosfere futuristiche proposte dal messinese Fausto Puglisi alla sexy lingerie di Francesco Sconamiglio. La donna è romantica per Blugirl, bon ton per Elisabetta Franchi, metropolitana per Max Mara, intellettuale per Prada. E, ancora, adolescenziale per Frankie Morello, autunnale con tanto di foglie e di piume per Alberta Ferretti, rich-clochard per Alessandro Dell’Acqua e il suo N°21. Onnipresente la supermodella Cara Delevingne che, con un parka scuro dal copricapo in volpe, ha guidato la marcia delle eleganti aviatrici, ispirate a quella leggenda che è stata Amelia Earhart, proposte da Venturina Fendi e Karl Lagerfeld. Chic anche lo stile secondo Frida Giannini che per Gucci, con stivaloni al ginocchio e abiti in pelle, è in puro revival anni Sessanta.

Fra Bottega Veneta e Giorgio Armani, lo show continuerà fino a lunedì. Ma, intanto, si sa: alle sfilate si va per essere guardati, per guardare, per copiare o, come si continua a dire da ormai cinquant’anni, per ispirarsi. Il ritmo è per tutti insostenibile, qualcuna sviene, a qualcun’altra si sbava il rossetto. Poi piove, gli uomini tirano fuori gli ombrelli, delle ragazze sollevano un po’ il cappottino sopra le acconciature splashlights; le più stoiche sopportano scuotendo la testa un poco a destra, un poco a sinistra; già si discute di Parigi. La pioggia, incurante, continua a cadere. Gli stilisti e i buyer internazionali non si lamentano. Si sa: collezione bagnata, collezione fortunata.

Burberry's

Questo articolo è uscito su Pagina99 WE il 22 febbraio