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Federica De Luca, Taranto e la violenza

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Sono cresciuta alle spalle della strada in cui Federica De Luca è stata trucidata, in una via brutta intorno alla Concattedrale di Taranto, in un quartiere che è una colata di cemento e di palazzi, qualche giardino ogni tanto, un albero di arance e del glicine.

Un quartiere della semi-periferia, in quella successione interminabile di case dove pare che la vita sia un frammento privato, e che anche la violenza possa essere una questione intima. E, invece, la morte di Federica e di suo figlio ci ricordano come “la violenza sia soltanto una mancanza di vocabolario”. Le parole sono del poeta canadese Gilles Vigneault. Parole custodite in chissà quale cassetto della memoria, che mi tornano in mente come ceffoni mentre guardo gli occhi grandi e neri di Federica, trent’anni, arbitro, madre di Andrea, quattro anni e nessun futuro. Riesco solo a pensare al linguaggio, banale e ripetitivo, che è la violenza sul corpo delle donne. Schiaffi, occhi neri, e poi acido, benzina e fiamme, un lenzuolo per strangolare. Un colpo di pistola. Riesco solo a pensare alla retorica della violenza e alle nostre risposte, sempre uguali. Ci convinciamo, o meglio ci illudiamo, che se il problema è sempre lo stesso sia possibile continuare a rispondere nella medesima maniera. Forse, anche per questo continuiamo a fallire.

Ormai ci siamo anestetizzate e anestetizzati, e stendiamo drappi rossi e indossiamo scarpe rosse, e ci mettiamo a fare i cadaveri per terra, facciamo finta di essere morte, ma ogni volta pensiamo: “Ecco, è capitato ancora. Quello che abbiamo fatto non è servito a niente”. E mentre lo pensiamo ci sentiamo inermi, e deboli e fragili e furiose e pronte a fare qualsiasi cosa, di nuovo e di nuovo e di nuovo. E poi ci chiediamo: ma cosa possiamo fare, cosa possiamo fare per davvero? Possiamo fare le leggi. Possiamo scendere in piazza. Possiamo combattere questo sistema maschilista che vive dell’equazione: “sei mia, e ti faccio quello che voglio”. Possiamo smettere di piangere, perché non serve a niente, e possiamo cominciare a credere che Federica De Luca non siamo noi, ma è una di noi. Possiamo insegnare alle altre, e ricordare a noi stesse, che sì, è vero: ogni storia d’amore ha i suoi momenti felici. Ma troppo spesso quei momenti diventano una prigione. Ci costringono a chiederci: se siamo stati così sereni e sorridenti, perché non possiamo esserlo ancora? E allora quei momenti contenti si trasformano in ossessione. Ci fanno pensare che le cose prima o poi torneranno come prima, che basta resistere, che basta fingere che tutto vada bene ancora un momento di più. E alla fine, anche a causa di quel momento di più, arriva a volte l’incubo. La vera prigione.

La prigione in cui sono morti Federica e suo figlio. Una prigione che ci racconta adesso la storia di una donna che cerca la sua indipendenza, e invece sprofonda in un suicidio allargato. Una prigione che ha un copione già noto: un uomo – Luigi Alfarano, coordinatore delle attività promozionali dell’Associazione Nazionale Tumori (Ant) di Taranto – incapace di accettare la separazione e la vita che passa. Incapace di accettare i bivi dell’esistenza, che portano a imboccare strade diverse. La nascita della violenza, che si rivela in tutta la sua povertà, in tutta la sua incapacità di far confrontare e scontrare i mondi e le parole. La paura cieca e devastante, che fa trascinare con sé

un figlio bambino, perché è impossibile accettare che potrà crescere orfano, senza madre e senza padre. Perché è impossibile accettare che la realtà possa essere qualcosa che noi non vogliamo. Perché è impossibile accettare che anche lei, Federica, la moglie giovane e bella, possa prendere una decisione diversa da quella del capo di famiglia (sintesi perfetta di un tempo andato, di un baluardo che non si arrende al tempo che cambia). Oggi piangiamo la cinquantottesima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno. E la morte di Federica De Luca – che ci guarda con quegli occhi grandi e scuri, con quel sorriso appena accennato così tarantino e così sospeso – è un fallimento per tutti. Esattamente come l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, trucidata nella dolcezza dei suoi ventidue anni. E come tutte le altre ragazze, tutte le altre donne che sono state ammazzate dai loro compagni perché ritenute colpevoli di voler interrompere il loro rapporto. Perché ritenute colpevoli di aver scelto la loro vita, a quella di una coppia malata.

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

 

Parole, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Maledetti toscani, maledetti lucchesi

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Non è un libro di Curzio Malaparte. E nemmeno un calzaturificio in provincia di Firenze. Non solo, almeno. Maledetti Toscani esce domani, ed è l’antologia curata da Raoul Bruni e pubblicata dalla pratese Piano B edizioni che mette sull’attenti alcuni fra i giovani autori di quella terra indecifrabile che è la Toscana. A tradimento ci sono anche io, unica spuria. Cosa racconto? L’educazione toscana di una meridionale trapiantata a Lucca. Il titolo del racconto, tanto per capirci, è Terroni  

Dalla prefazione di Raoul Bruni

Se c’è una terra d’elezione del racconto, questa è senza ombra di dubbio la Toscana, nella quale, con Boccaccio, il racconto occidentale moderno è nato e dove, nel secolo scorso, esso ha raggiunto alcuni degli esiti più alti in ambito italiano (Papini, Tozzi, Palazzeschi, Pea, Tobino). 

Questo libro si propone di raccogliere una scelta di racconti inediti composti dagli autori più significativi e originali della nuova narrativa toscana. Si tratta di narratrici e narratori nati tra la prima metà degli anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta, molto giovani ma non esordienti, anzi già noti al pubblico nazionale, che si sono distinti, fra l’altro, per la capacità di raccontare in modo singolare varie aree del territorio toscano. Firenze con il fortunato romanzo di Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza) Prato e i suoi dintorni (sfondo dell’opera prima di Ilaria Mavilla, Miradar, edita da Feltrinelli); Pisa, la città di Luca Ricci, unanimemente considerato uno dei più originali narratori contemporanei, Forte dei Marmi, rivisitata in chiave sarcastica da Fabio Genovesi nel suo libro Morte dei marmi (Laterza).  Tutti i nomi evocati, insieme ad altri, hanno contribuito a questa antologia narrativa toscana, l’unica del suo genere, mostrando come l’arte toscana del racconto non solo non si è esaurita con la fine del Novecento, ma anzi, all’alba del nuovo Millennio, appare più viva che mai.

Gli autori:

Simona Baldanzi (Fazi editore, Elliot, Ediesse); Diego Bertelli (Ed. della Meridiana); Cosimo Calamini (Garzanti); Silvia Dai Pra (Laterza, Minimum Fax, Gremese); Francesco D’Isa (Nottetempo); Fabio Genovesi (Mondadori, Laterza); Simone Ghelli (CaratteriMobili, Il Foglio); Ilaria Giannini (Gaffi); Pietro Grossi (Mondadori, Sellerio Editore); Emiliano Gucci (Feltrinelli, Guanda, Elliott); Gregorio Magini (Round Robin); Francesca Matteoni (Transeuropa); Ilaria Mavilla (Feltrinelli); Valerio Nardoni (e/o); Sacha Naspini (Elliott, Perdisa Pop); Alessandro Raveggi (Transeuropa, Effigie, Le Lettere); Luca Ricci (Einaudi, Laterza); Vanni Santoni (Laterza, Feltrinelli, :duepunti); Marco Simonelli (Leconte); Flavia Piccinni (Fazi, Rizzoli, Sperling&Kupfer); Marco Rovelli (Bur, Feltrinelli, Laterza, Barbès). 

Tutto, niente

Primavera Tarantina

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Tirava una tramontana dritta come una lama. La valigia era sul pavimento. Dentro c’erano i vestiti di una vita. Il grembiule della prima elementare, quello bianco con il colletto su cui la nonna aveva cucito a mano, con il filo blu e rosso, il nome di Fabio. La tunichetta della prima Comunione. La camicia a righe con cui aveva fatto la maturità. E, poi, la maschera per la respirazione artificiale che distribuivano a scuola. La prima ricarica d’ossigeno a cui la sorella aveva attaccato un fiocchetto con la data segnata a penna: 23 agosto 2023. Dentro c’era tutto quello che non serviva a niente, ma che custodiva il ricordo di ciò che non sarebbe più stato.

Il concentramento era previsto due ore dopo nel Piazzale Patrizia Todisco. Fabio piegò un paio di calzini e lo infilò in un sacchetto di tela idrorepellente grigia.

Si guardò intorno. Vide la stanza dove era cresciuto, con i muri segnati dai poster e dai quadri, dalle fotografie; dal piccolo riproduttore di ologrammi. Vide i libri dell’università lasciati sul letto, pensò alle notti impiegate a leggere e sottolineare, notti in cui non guardava mai dalla finestra. Accanto c’erano i quaderni su cui aveva imparato a scrivere ripetendo sempre la solita frase: Ciao, sono Fabio Minniti e sono di Taranto.

Erano passati trent’anni. Allora non pensava che nascere a Taranto significasse qualcosa oltre il lungomare, il gelato dopo la scuola del sabato mangiato sulle panchine di Villa Peripato, la voce dei pescatori che gridano spuenze, il pranzo della domenica con le orecchiette e le polpette dai nonni, le serate al teatro 4D sotto il ponte di Punta Penna, le lotte a sassate con la ghenga di piazza Mazzini, quella con l’ipermercato indiano, fra le macerie del vecchio muraglione della Marina, l’odore del mare che si infila fra i vicoli e vibra, fa vibrare tutta la città che allora fischia, fischia come una disperata, e sembra prendere finalmente la voce. Non pensava che nascere a Taranto fosse qualcosa di diverso del riconoscere la Madonna, quando il giovedì Santo esce dalla Chiesa di San Domenico, e si mette a piangere per la città. Non lo pensava ancora, e forse non lo pensa neppure adesso, mentre lento fa la sua valigia, la sua ultima valigia, e nell’altra stanza sente la nonna che continua a cucire le sue iniziali sulle camicie, e intanto il nonno dice che no, non debbono piangere, cosa piangono a fare, perché questa è la vita, e la vita può essere dura, è vero, ma loro sono stati tanto felici. E Fabio allora si chiede quando. Quando sono stati felici in quegli anni. Ci pensa, mentre piega il maglione arancione, infila il cambio della divisa a carbonio e sistema i vestiti che non potrà portare con sé, e che resteranno per sempre lì, appesi alle grucce nell’armadio di noce. Ci pensa mentre guarda per l’ultima volta il completo del primo giorno di lavoro e la tuta blu, quella che suo padre portava il famoso pomeriggio; gliel’avevano rispedita da Manaus, accompagnata da un bigliettino che portava la firma dell’amministratore delegato. D’improvviso, però, Fabio si ferma. Forse sta sbagliando tutto. Socchiude gli occhi e, sfiorando una cartolina rovinata dal tempo, si chiede se lì, in quella casa, i suoi vestiti non diventeranno per davvero eterni.

Era nato quattro anni dopo che avevano chiuso il Siderurgico. Già allora la città era disperata, e l’ospedale circondato da palizzate di difesa. Sua madre piangeva mentre la ginecologa con l’eco-scanner controllava le mani, le braccia, il cuore e il respiro di Fabio. Sua madre piangeva, mentre la ginecologa terminava l’esame di life-compatibility e diceva che sì, poteva stare tranquilla: il bambino era sano. Non aveva quelle malformazioni genetiche che ormai erano diventate la norma. Non soffriva di ipoplasia polmonare, né di fibrosi cistica. Non aveva disturbi metabolici. Avrebbe potuto salvarsi. Avrebbe potuto ottenere il Visto di Emigrazione, una volta raggiunta la maggiore età e terminati i dieci anni obbligatori di servizio civico per la bonifica del Deserto Rugginoso, che già cominciava a premere sulla città al di là del ponte di pietre.

Era il 4 gennaio. Lo stesso giorno in cui il Sindaco e il presidente del governo di Bassa Puglia avevano siglato un protocollo di intesa con i vertici della Brazilian Steel Corporation, arrivati a Taranto per smontare l’ultima delle grandi installazioni rimasta a disposizione dopo che i coreani e i belgi, l’anno prima, erano venuti a fare spesa all’ingrosso per le piattaforme off-shore che producevano acciaio nel mare Baltico e sul lago d’Aral. Un andirivieni di enormi bastimenti ed elicotteri a idrogeno. Un viavai di colonne e basamenti di templi in lamiera. Pezzo dopo pezzo, l’anima della fabbrica prendeva il largo. Se ne andava oltre il faro di San Vito, per essere assemblata, identica, altrove.

Almeno era questo quello che ricordavano i tarantini. Era questo l’epilogo di tutto.

Anche l’Altoforno 5 era stato smembrato. Lo avevano caricato sulle navi ormeggiate allo Sporgente 5, l’unico molo di tutto il porto rimasto in funzione che serviva a consentire le ultime azioni di smaltimento, a garantire che tutto sarebbe stato demolito e cancellato.

E così, quel pezzo di storia, se ne era andato. Era stato il primo a venire spento, e subito si era trasformato in un mausoleo della memoria, dove le donne e bambini andavano ad accatastare ricordi e indumenti. A volte, anche degli uomini si rifugiavano lì, a ricordare il tempo passato. Eppure, nessuna dimostrazione aveva provato a impedire che l’Altoforno 5 fosse portato via. Eppure, non c’era stata nessuna protesta.

Doveva andare così, ne erano tutti coscienti. La Brazilian Steel Corporation aveva promesso l’assunzione di duecento cittadini nei nuovi impianti della Zona di Produzione Autonoma del Rio delle Amazzoni. Avevano bisogno di gente esperta, che conoscesse quella cosa gigantesca. E poi, pagavano bene. Pagavano quanto bastava per mantenere senza paura un’intera famiglia. Così anche il padre di Fabio, Nicola, se ne era andato. Era partito quando Fabio era nato da poche settimane. Non era che un bambino con i capelli scuri, con gli occhi trasparenti e incerti.

Di suo padre, Fabio Minniti non possedeva alcuna memoria personale. Quella tuta, che Nicola si era portato da Taranto come amuleto, era tutto ciò che possedeva per ricordare il passato. Per immaginare la vita della sua famiglia. Come era stata nell’epoca precedente, quella che i tarantini chiamano ancora oggi, con rabbia e nostalgia, l’Era del Primo Inquinamento. Allora il Siderurgico era il vanto dell’industria meridionale e dava lavoro a più di ventimila persone. Allora era tutt’uno con l’anima di una cittadina di pescatori che l’Arsenale prima, e l’Acciaio dopo, avevano trasformato in una ricca, sazia, inquieta borgata. Solo dopo si era scoperto che le emissioni del Siderurgico, e le polveri che spargeva sui quartieri operai cresciuti a ridosso della fabbrica, ammazzavano di tumore e intossicavano i bambini. Solo dopo si era scoperto che no, quella non poteva essere la vita.

Era successo il finimondo. Fabio sa che suo padre urlava che quelle cifre, quella paura, quel dolore che sgorgava incosciente, avrebbero fatto ancora peggio. Avrebbero ucciso Taranto tutta per intera. Lo sa, ma nei libri di storia non c’è traccia di quelle parole, che solo di rado emergevano, bisbigliate, nelle conversazioni tra i più anziani. I libri di testo raccontavano di una Primavera Tarantina, e lui quello aveva studiato.

I libri raccontavano che nell’estate del 2012, un pool di giudici aveva deciso di sequestrare prima l’area a caldo e poi l’intero stabilimento. A loro sostegno era nato un movimento di lotta che aveva raggiunto la sua massima espansione nel mese di dicembre: cinquantamila persone, forse ottantamila, favorevoli alla definitiva chiusura del Siderurgico si erano riversate in piazza.

C’era stata la marcia di Natale. E gli scontri furiosi tra i manifestanti e i cassintegrati, che erano scoppiati a piazza della Vittoria. E il linciaggio di quattro operai in sciopero della fame da tre giorni.

Era arrivato il punto di non ritorno. Il governo aveva revocato le autorizzazioni alla produzione dell’acciaio, promettendo e finanziando un gigantesco piano di bonifica integrale. Una donna magistrato, senza saperlo, aveva innescato una catena così veloce di eventi in grado di capovolgere e concludere nel giro di pochi mesi la storia industriale ultracentenaria di Taranto. Era diventata per tutti l’eroina dei due mari, come l’avevano ribattezzata subito i giornalisti.

L’anno dopo, la stessa donna era stata eletta sindaco della città. Era a capo di una coalizione allargata fatta di ambientalisti, pediatri, epidemilogi e dalla Lega dei Tarantini. Quella donna raccontava di un’alternativa. Raccontava che qualcosa può succedere, anche nella terra dove mai niente è capitato. Diceva del 1965, e di quel giorno d’aprile in cui un Presidente della Repubblica era arrivato a Taranto per dare vita nuova alla città. Diceva del 1995, quando lo Stato aveva venduto la fabbrica ai privati. Raccontava di come la storia di Taranto non potesse essere solo quella, ciclica, che si avviluppa nella sfortuna e in piccolo racconta il presente, e il futuro, dell’Italia: i telepredicatori, il default, la città fallita. E poi l’inquinamento. E poi la raffineria. E poi il cementificio. Quella donna raccontava che qualcosa sarebbe potuto cambiare, e sperava che sarebbe potuto davvero accadere. Ascoltandola, la città aveva creduto. Aveva creduto che bastasse cancellare la storia per riscrivere il futuro.

Eppure, si dice Fabio – e il suo sguardo osserva il cielo oltre la ringhiera di Mar Grande, perennemente viola, granata, grigio – Taranto era una città di mare, pietre, corde e ferroleghe. Non era luogo da speranze virtuali. E il sogno dell’alternativa si era spento velocemente, nel corso degli anni, quando la grande recessione aveva annunciato il suo definitivo fallimento. Lo Stato, per sopravvivere, era stato costretto a tagliare i due terzi del suo bilancio. L’Italia era crollata, travolgendo come una colata bollente, devastante, il presente della città. I soldi per la bonifica non erano mai arrivati. Non c’erano stati neppure quelli per gli ammortizzatori sociali. Tutto era stato lentamente sgombrato. Tutto era ritornato nel destino.

Ormai, non si poteva più abitare nel cuore radioattivo del Mezzogiorno. E il fallimento di quella politica italiana che Fabio aveva studiato a scuola aveva definitivamente segnato la fine di tutto. I Tamburi erano stati sgomberati, e giaceva solo qualche carcassa di edificio in forma fossile. Il Siderurgico era finito, risucchiato nel Deserto Rugginoso. Era finito il Museo Archeologico con gli ori e le spade che raccontavano un passato lontanissimo. Era finito il tarantino che continuava a credere in Sparta, e a un tempo in cui Taras, sul dorso di un delfino, era arrivato per fondare quella che sarebbe stata la capitale della Magna Grecia. Era finito tutto, perché lo splendore non ritorna. Perché lo splendore non è fatto per le nubi e per i sogni. Era cominciata l’emigrazione, il rito atavico di un’eterna sconfitta in cui gli abitanti, i cittadini, sempre si scoprono prima carneifici, e dopo vittime.

Adesso Fabio guarda la banda magnetica del suo Visto di Emigrazione. C’è scritto Calabria meridionale. Ora li mandano lì, i tarantini. A ripopolare la Costa dei Gelsomini, sullo Ionio. Fra Africo e San Luca, devastati dall’ultima guerra di malavita.

Un decreto del governo di Bassa Puglia ha ristabilito i confini di abitabilità della città entro il perimetro dell’isola vecchia: l’unico spazio dove è possibile a mantenere accettabile la qualità dell’aria. La casa per qualche migliaia di persone, o poco meno. Vecchi, qualche scienziato, un piccolo nucleo ambientalista, un distacco ospedaliero della Croce Rossa. Gli altri devono andare via. Il prima possibile.

Era arrivata l’ultima nave. Fabio l’avrebbe presa quella stessa sera, lasciandosi alle spalle chi era stato, chi erano stati lui. Lasciandosi alle spalle le sue radici, e la sua città. Era arrivato il tempo di andarsene. Di scappare.

Eppure, lo sapeva, il mondo avrebbe continuato a esistere anche senza Taranto. Il mondo avrebbe continuato a vivere anche senza sua madre, anche senza i nonni. L’Italia avrebbe dimenticato l’apocalisse domestica di una famiglia fra le pieghe della memoria. La nave sarebbe andata a Sud, lontano dalla nube e dalla ruggine. Lontano dalla polvere. Sarebbe stata solo una questione di tempo. Il tempo necessario a far morire l’ultimo dei tarantini. Il tempo necessario a far dimenticare che, un tempo, nel Golfo di Taranto c’era stato qualcosa.

Questo racconto, che ho scritto con Angelo Mellone, è stato pubblicato sul numero attualmente in libreria di Nuovi Argomenti ed è stato pubblicato anche su Pubblico qualche giorno fa.

 

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Tutto, niente

Rosso Ilva

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A Taranto c’è un mostro dal nome romantico. È formato da dieci batterie di forni per coke, cinque altoforni, due impianti di agglomerazione minerale, due acciaieri LD, cinque colate continue a due linee per bramme, due treni di laminazione a caldo per nastri, un decapaggio ad acido cloridrico, un decatreno, un impianto di rigenerazione di acido cloridrico con tre forni ad arrostimento, una linea di elettrozincatura, due linee di zincatura a caldo, un impianto di ricottura statica con cinquantaquattro forni e centoventicinque basi, un treno tandem Temper, un treno lamiere quarto a due gabbie, un tubificio a saldatura longitudinale ERW, due tubifici a saldatura longitudinale SAW, un tubificio a saldatura elicoidale SAW da nastri/lamiere, sette impianti per rivestimento interno ed esterno di tubi in polietilene, resine epossidiche, FBE e cemento, infinite linee di finitura e taglio.

È una delle più grandi acciaierie d’Europa e la più grande d’Italia, produce il 92% della diossina nazionale, l’8,8%[1] di quella europea e fa del capoluogo pugliese la città più inquinata dell’Europa occidentale. Eredita il nome musicale, quasi che chiamare le cose con enfasi ne riduca la tragedia ambientale, da quello latino dell’isola d’Elba, dalla quale era estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia nell’Ottocento. Si chiama Ilva dal 1988, quando Italsider e Finsider furono messi in liquidazione e le unità produttive che tempestavano l’Italia, da Novi Ligure a Bagnoli, vennero smembrate prima del processo di vendita. Dal 1995 appartiene al Gruppo Riva che ne è tutt’ora proprietario.

Sull’Ilva ci sono varie leggende, ma tutte sembrano ridicole se paragonate alla realtà. Dentro non ci sono né draghi né sirene, solo uno stillicidio di morti e feriti i cui incidenti vanno in replica quotidiana per un totale che supera i tremila l’anno. Vista da fuori è un ammasso di muri e cancelli che si chiudono uno sopra l’altro a formare un cumulo di cemento compresso nel ferro insieme a vite umane, cancro, diossina, polvere e treni.

Dalla finestra di casa sua, che si affaccia dalla città vecchia sul Mar Piccolo, Caterina ha provato centinaia di volte a immaginarsi Taranto senza la fabbrica. Nella sua fantasia lascia spazio alla gigantesca raffineria petrolchimica dell’Eni, al grande cementificio Cementir, alle due centrali termoelettriche dell’Edison e alle altre decine di stabilimenti chimici, metallurgici, elettrotecnici e elettronici che compongono la zona industriale. Ma, per quanto si impegni, non è mai riuscita a cancellare le ciminiere alte che bruciano il cielo, le polveri rosse che vanno con il vento verso le nuvole per intossicarle, le luci intermittenti che con la notte sembrano accecare, le macchine parcheggiate tanto vicine da sovrapporsi nei lunghi parcheggi, davanti agli ingressi.

È come se la sua immaginazione rifiuti alternative, quasi aderisca tanto perfettamente alla realtà da non lasciare spazio ad altro. Da una parte la malattia e dall’altra i posti di lavoro, in una bilancia perenne e viziosa fatta di cassa integrazione, incidenti sempre più gravi e tumori.

Caterina ricorda ancora, benché siano passati quarant’anni, di quando suo nonno la accompagnava a prendere il padre al cancello D. C’erano altri bambini  vicini alle mamme o ai nonni, qualche ragazzo magro, degli uomini senza denti; c’erano ambulanti con i panini, un venditore di giocatoli e caramelle, il pescivendolo con le cozze e le triglie rosse dagli occhi appannati. Caterina, un giorno che si era avvicinata, aveva sentito la puzza di marcio e aveva guardato spaesata il nonno che, subito, l’aveva obbligata a tornare in macchina. Lei aveva ubbidito, ma dal finestrino aveva sentito e visto tutto lo stesso: il rumore forte della sirena, una luce gialla che lampeggiava, i cancelli che si aprivano e gli operai che uscivano con lo sguardo sbarrato, sporchi, sudati, lentamente, come cadaveri che arrancano piano verso una salvezza momentanea. Non riusciva a dimenticare le mani del padre che tremavano, mentre il nonno gli chiedeva cosa fosse successo. Allora a Caterina, come a me adesso, la fabbrica sembrava un universo senza nome governato da leggi interne imcomprensibili e sconosciute, appartenenti a una dimensione divisa fra il diritto alla salute e quello al lavoro.

Aveva perso suo padre all’età di sedici anni, ma non aveva voluto sapere cosa fosse realmente successo. Non le importava. La fabbrica era lì, vicino alla cassa da morto, fra il prete che parlava di Dio e sua madre che si strappava i capelli; era lì e lì sarebbe rimasta. I giornali avevano liquidato il suo dolore come l’ennesimo incidente sul lavoro e a lei non era restato altro che arrendersi, ancora.

Tutte le volte che incontro Caterina per strada la fermo. Ci siamo conosciute quando ero bambina, era amica di mia nonna, insegnavano nella stessa scuola elementare. Avevano passato la vita vicine a trasmettere addizioni e coniugazioni ai bambini di Taranto, gli stessi che adesso lavorano in Lombardia, Lazio, Toscana. Gli stessi che, appena hanno potuto, hanno lasciato la Puglia per dimenticarsi della loro città. Quando la vedo, mentre guarda distrattamente le vetrine del centro, e si stringe la borsa al seno, si fruga in tasca per dare l’elemosina al vecchio di Via Crispi, accende una sigaretta e aspira, penso all’Ilva. Nella mia memoria lei è legata all’acciaieria, e i ricordi dell’infanzia, quando sento il suo respiro rallentare fino a raggiungere il mio, si confondono con il presente; subito dopo mi sento mancare l’aria. Per me lei rappresenta quel concentrato di disperazione e di ineluttabilità che ho imparato a conoscere durante i pranzi familiari, i lunghi caffé al bar e le visite di cortesia ad amici e lontani cugini. Nella sua espressione leggermente corrucciata, i brevi sorrisi, le mani sempre in movimento, gli occhi quasi socchiusi, c’è una rassegnazione così sottile, e così profonda, che non riesco più a ispirare. Il petto sembra non essere più in grado di contenere il cuore quasi che, da un momento all’altro, possa esplodere.

Non parliamo mai molto, le nostre discussioni sono relegate da anni alla banalità, ma sono i gesti che conservano ancora tutto quello che non riusciamo a dire, che ci vergognamo di ripetere e di ammettere. Ogni volta, prima di salutarci, ci abbracciamo forte; il mio corpo contro il suo, le sue mani che afferrano le mie e le braccia che mi avvolgono violentemente diventano una trappola di ricordi sfilacciati che, mio malgrado, coprono tutto il passato e mi fanno vergognare di vivere qui e di non avere il coraggio di fare niente, di restare ferma a respirare aria malata e consumarmi dentro, uccidendo lentamente il corpo e la libertà.

Ogni volta che vedo Caterina penso all’Ilva, e tutto si confonde perché non c’è un filo logico da seguire. Non quello dei giornali che raccontano dell’incidente del reparto “Colata Continua 2” da cui il 22 gennaio 2009 sono fuoriuscite a mille gradi 200mila tonnellate di acciaio liquido, che poi sono state ridimensionate da un comunicato dell’azienda a 200. Non quello del primo caso mai accertato al mondo di adenocarcinoma del rinofaringe, meglio noto come cancro del fumatore, in un bambino di dieci anni. Non ai 7487 incidenti sul lavoro registrati in tutta la provincia nel 2007[2]. Neanche all’emergenza nazionale per l’ambiente che rilancia, con l’indagine appena effettuata dall’Eurispes, i dati del 2002 e annuncia come le emissioni di anidride carbonica[3] siano aumentate del 26% e quelle della diossina del 28,2%[4].

Quando penso a Taranto, all’Ilva, ai 25000 operai[5] che devono scegliere fra il piatto pieno e il rischio alla salute, ai 240.000 tarantini che si ammalano per l’aria che respirano, ai Riva, alle manifestazioni, al dolore, all’incapacità di reagire, a me viene in mente Caterina che mi offre un latte di mandorla a casa sua, poi mi porta davanti alla grande vetrata che si affaccia sul Mar Piccolo, mi indica l’acciaieria, mi dice di provare a immaginare Taranto senza la fabbrica e, quando le rispondo che non ci riesco, mi abbraccia stretto, mentre le ciminiere tagliano il cielo di rosso e la polvere si disperde a pioggia sulle case dei Tamburi e intossica sia gli abitanti, che niente hanno a che fare con l’Ilva, sia gli operai. Penso alla sua faccia stanca da vecchia comunista che con gli anni si è arresa e che adesso legge ossessivamente i giornali, aspettando che qualcuno, là fuori, faccia la rivoluzione al posto suo.

A volte me la immagino mentre, seduta sul divanetto di tela azzurra, commenta l’intervista al suo coetaneo, l’ottantatrenne Emilio Riva, che dipinge lo scenario inquietante di una progressiva decadenza. Dopo decenni di crescita, l’Ilva nei primi sei mesi del 2009 ha registrato un forte calo[6]: i profitti sono passati da 877 milioni a 503 milioni di euro[7], con una perdita del 44% che ha avuto disastrose conseguenze. La produzione trimestrale è infatti scesa da 4,7 milioni di tonnellate a tre, e per la fine del 2009 arriverà a due; verrà quindi ridotta del 70% e 4.300, dei quasi 12 mila  dipendenti assunti, verranno messi in cassa integrazione.

Penso a lei mentre si affligge e si chiede che fine faranno quegli uomini e quelle donne senza lavoro, senza soldi, senza mangiare. La vedo mentre ripete che è un cane che si morde la coda, una croce e una delizia e poi, guardando dalla finestra, scorge una nuova struttura lunga e scura, tetra, dal nome cacofonico e dalla funzione importante. È l’impianto Urea, che dimezzerà le emissioni di diossina portandole a 2,5 nanogrammi per metro cubo d’aria; sempre oltre il limite fissato per legge[8], ma almeno dentro quella prospettiva di miglioramento che dovrebbe essere garantita dal ventunesimo secolo.

Adesso la vedo, Caterina, mentre sorride, e riflette che, forse, un mutamento in corso c’è. La osservo mentre sorseggia un lungo bicchiere di orzata, cammina scalza per l’appartamento bollente, si sistema la tunica rossa che portava sempre quando mi accoglieva in casa da bambina, prima di farmi leggere Pinocchio al tavolo della cucina, sul quale troneggiava un grosso barattolo di pesche sciroppate a metà. “Quando ero piccola io, tutto questo era diverso” diceva spesso, indicando fuori dalla finestra, alcuni pomeriggi d’autunno, mentre lo scirocco fischiava violento infilandosi attraverso i cunicoli della città e dentro le case, scuotendo il mare, i panni appesi alle finestre, Taranto tutta.

La sua faccia in questo momento è la mia, quella di mia madre e di mio padre, quella dei miei nonni che se ne restano seppelliti nel cimitero cittadino sotto una spanna di polvere rossa e nera, quella degli operai che adesso, come durante la sua infanzia, escono fuori dalla fabbrica al rumore della sirena e si allontanano stanchi, strascicati, doloranti.

Mi piace immaginarla mentre contempla il paradiso del Mar Piccolo e si convince che qualcosa stia cambiando, e che anche se lei non riuscirà a vederlo ci sarò io, o i miei figli, o i miei nipoti. Qualcuno capace di guidare un cambiamento. Di fare, insomma, una vera rivoluzione contro la polvere rossa.


[1] ultimi dati stimati  dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti).

[2] infortuni sul lavoro denunciati all’Inail secondo il rapporto annuale regionale 2007

[3] 23,4 milioni di tonnellate

[4] da 71grammi/anno a 93grammi/anno

[5] lavoratori che tra diretti, indiretti e indotto gravitano intorno alla fabbrica

[6] Intervista a Repubblica 25 giugno 2009

[7] bilancio 2008 presentato in anteprima da Repubblica il 25 giugno 2009

[8] 0,4 nanogrammi secondo la legge della Regione Puglia

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 su Nuovi Argomenti. 

Puglia, Taranto

La mia Taranto

 

“Guarda, vedi quelle nuvole bianche?” chiede mia nonna. Davanti a noi c’è il Mar Piccolo, con le sue barche azzurre e verdi, piccole, da cartolina. Ci sono i pescatori che camminano lenti. Le macchine fanno lo struscio; hanno i finestrini abbassati e la musica alta. È una mattina di agosto. È il 1994.

“Mena, le vedi sì o no?” insiste. Annuisco. Lei punta il dito verso un palazzo alto, grigio, davanti a noi. “Dietro sta l’Ilva” spiega. “E queste nuvole sono figlie delle ciminiere. Sono il pane della città”.

La guardo, ma non dico niente. Lei allora mi chiede se voglio un gelato, e poi ci avviamo verso i vicoli di Taranto Vecchia, dove anche mia madre è cresciuta. Intanto, io penso al cielo – e non me lo dimenticherò mai, anche se non avevo neppure dieci anni – che è di nuvole grosse e pesanti. Nuvole a forma di animali e di uomini. Nuvole con il colore denso di certi quadri scadenti, fatti da pittori che non sanno diluire bene la tinta. Da pittori che non conoscono le sfumature.

Per le strade l’odore anche allora era quello di adesso: il pesce appena preso e steso al sole, il soffritto, la frutta matura che prende l’aria dentro le casse di plastica colorate. Il rumore era quello delle urla delle donne, dei motorini smarmittati che si infilano fra i vicoli e viaggiano sotto i panni che si asciugano grondando acqua. Mia nonna mi teneva per mano, e mi raccontava la città di quando era giovane. La Marina con i bei ragazzi di leva. I bagni sul lungomare. Le passeggiate per il centro. Le corse a perdifiato lungo i campi per arrivare al Galeso. “Stavi nel vento, e nell’acqua. Tutte cose semplici e povere” ricordava. Io l’ascoltavo distratta, eppure le sue parole mi facevano chiedere se, forse forse, Taranto non fosse sempre stata la città che conoscevo io. Quella con gli operai dalle tute blu, con la puzza asfissiante vicino all’Ilva che era circondata da un muro lunghissimo, mi sembrava infinito, e tutte le volte che andavamo a Bari provavo a contare per vedere quanti secondi, quanti minuti, servivano per costeggiarlo tutto.

Appena potevo, chiedevo anche a mia madre di Taranto. Già allora era la mia ossessione. Era la mia passione sapere che cosa c’era in quella strada prima di me, cosa prima di mia madre e poi indietro, fino a quando la gente riusciva a ricordare. Volevo sapere le storie dei palazzi, le storie dei vicoli. Come era cambiato il paesaggio, come era cambiata la città. Chiedevo a chiunque. Avevo bisogno di sapere. Non ne comprendevo il perché – e a stento lo intuisco adesso, ma so che molto ha a che vedere con le radici, con la necessità di cercare il proprio posto nel mondo e di trovarlo a partire dalla cosa forse più semplice, l’appartenenza ai luoghi e a una tradizione famigliare – ma lo facevo. A neppure dieci anni avevo scoperto che Taranto prima dell’Ilva non aveva che pochi operai. Era una qualsiasi città del Sud, con un bel porto e una storia antica, che cominciava prima della nascita di Cristo, nel 706. Nei miei pensieri di bambina le leggende e la storia si incrociavano, e credevo davvero che Falanto a cavallo di un delfino, reggendo una stola di bisso, fosse arrivato in Puglia per fondare l’unico posto al mondo dove ero, e dove sono tutt’oggi felice.

La Taranto che mi raccontava mia madre era completamente diversa rispetto a quella di nonna. C’erano sempre le passeggiate, il porto e la Marina. Ma c’era anche l’Italsider, inaugurata dal Presidente Saragat nel 1965, quando lei aveva appena compiuto dieci anni, e accolta come una benedizione. C’erano le ciminiere, i quartieri che nascevano a ridosso della fabbrica, il benessere che arrivava con il posto fisso. Gli operai morti sul lavoro, ma quelli erano pochi e si potevano tollerare.

Ricordo che una volta le chiesi perché, fra tutti i posti d’Italia, avessero aperto l’acciaieria proprio vicino a casa nostra. Lei allora, come faceva sempre quando diventavo troppo insistente, aveva sbuffato “È così. Punto e basta”.

Dalle mie domande di bambina sono passati quasi vent’anni. Allora non si parlava ancora di registri tumori, diossina, polveri e benzopirene. Allora c’era solo l’Ilva, con le sue nuvole alte e dense, le ciminiere che coloravano il cielo di rosso e a volte, la sera, con mio padre da Villa Peripato andavamo a vedere “il panorama”. Allora Taranto conosceva le lotte operaie e imparava il mobbing, ma non immaginava quello che sarebbe stato il suo futuro. Dell’innocenza di allora si pagano le conseguenze adesso. Per i ricatti di allora – salute o lavoro? – si trema oggi, sconfitti, con la stessa paura. Ma Taranto non può più essere “punto e basta”, come diceva mia madre. E anche se non tornerà la città di mia nonna, quella che fece innamorare Guido Piovene e costrinse a riflettere Pasolini, non può più permettersi per la salute e il rispetto dei suoi abitanti di svegliarsi sotto queste nuvole bianche, di panna. Sotto queste nuvole pesanti. Nuvole assassine.

Ieri, su Repubblica Bari

Puglia, Taranto

Ilva: è finito il tempo di aspettare

 

 

Quando ho saputo dell’Ilva ero in Ungheria per un reportage. La televisione al centro della squallida camera dell’albergo dove mi trovavo – un letto singolo, delle tende così sporche da essere diventate marroni, una sedia con lo schienale sfasciato – mi restituiva delle immagini spaventose: le facce degli operai sperdute, le strade affollate, la decisione della Magistratura. Un incubo. Il dilemma eterno di Taranto che si ripresenta lucido e devastante nella torrida estate: il lavoro o la salute. L’Italia che sembra riscoprire all’improvviso la situazione ambientale più agghiacciante dell’intera Nazione, e lo fa con una retorica imbarazzante, banalizzando il dramma, mostrando quanto Leonardo Sciascia avesse ragione a dire che “siamo un Paese senza memoria e verità”. Perché la verità, a Taranto, è quella dei dati relativi all’inquinamento che da quasi dieci anni tutti quanti abbiamo a disposizione. Ma è anche la somma degli operai che con l’Ilva, spaccandosi la schiena e ammazzandosi per il lavoro, hanno costruito la loro vita. Perché la memoria è quella del registro tumori più preoccupante del Mezzogiorno. È la storia di un bambino di sette anni, cui è stato diagnosticato – e questo ormai quattro anni fa – il cancro del fumatore. È la storia di tutti i bambini dei Tamburi che ogni anno, semplicemente per il fatto di respirare, è come se fumassero mille sigarette. Ma è anche la memoria di chi dal 1965 ha trovato nell’Italsider la possibilità di un presente: la casa, la macchina, la sicurezza economica del posto fisso.

E così nemmeno dieci giorni fa, davanti alla televisione, la prima cosa che ho provato, lo ammetto, è stata paura. Paura come se ci fosse appena stato un terremoto, e dovessi prendere le cose più importanti per scappare via. Paura per i migliaia di operai e per le loro famiglie. Paura che qualcosa stesse succedendo per davvero. Improvvisamente, mi sono trovata a sperare che l’Ilva non chiudesse. Che il destino di Taranto non fosse quello di essere, ancora una volta, lasciata a se stessa come una cozza vuota: una volta mangiato il mollusco, la valva non serve più.

Nemmeno mezz’ora dopo, però, mi sentivo soltanto impotente. Perché in situazioni come questa, quando la realtà è troppo complessa per essere sintetizzata, le parole non valgono niente. Possono raccontare. Posso provare a denunciare. Ma niente di più. E francamente per me oggi non è abbastanza. Perché oggi che le domande si fanno sempre più insistenti – Chiuderanno solo i reparti per la produzione a caldo? L’Ilva può davvero fermarsi per sempre? Quando può durare questa situazione di stallo? Arriveranno davvero i 336 milioni di euro del protocollo d’intesa? Si inizierà un processo di bonifica reale e con quali tempi?  – e la speranza è che qualcosa cambi davvero, non possiamo più permettere che la nostra città – da sempre capace di anticipare le tendenze nazionali, come già fatto con Giancarlo Cito e con il dissesto economico – continui a essere illusa e ricattata. Il diritto alla salute, così come quello al lavoro, non possono più essere delle alternative. Adesso la magistratura, la politica e soprattutto noi tarantini non possiamo più permettere che il futuro della città venga deciso e manipolato dagli altri. Non possiamo più permettere che Taranto continui a essere “senza memoria e verità”. Adesso, noi non possiamo più permetterci di dimenticare. Né di aspettare.

Oggi, a Taranto, sul Corriere del Giorno