A proposito di Lucca, In edicola, Tutto, niente

Quel grande saggio (inconsapevole) di Andrea Bocconi

andrea_bocconi.jpeg

Andrea Bocconi è uno scrittore, uno psicoterapeuta e un grande saggio. Un saggio come quelli dei fumetti o, meglio, dei romanzi di viaggio. In tutti i romanzi di viaggio c’è sempre un momento in cui il personaggio dopo mille difficoltà, salite molto faticose, camminate sotto il sole cocente, incontri con malviventi e con donne bellissime che provano a suggerire strade lastricate di buone intenzioni (quelle che portano all’inferno), incontra un grande saggio. Solitamente questo grande saggio è vestito di arancione, ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. Andrea Bocconi non veste quasi mai di arancione, ma ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. E per questo sarebbe il perfetto grande saggio che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita o, più iconicamente, il perfetto grande saggio per la maggior parte dei libri di viaggio pubblicati da sempre. Eppure, e purtroppo, Bocconi non si è ancora arreso al destino che il futuro gli riserva e per adesso si dedica a fare lo scrittore, lo psicoterapeuta e lo schermidore.

La scherma è una passione che si porta dietro da quasi mezzo secolo, e sarà la protagonista del suo nuovo romanzo per racconti che l’anno prossimo uscirà per un grande editore (un libro bellissimo, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima e che mi ha fatto rimpiangere la mia totale abnegazione per lo sport); la scherma è anche la sua gioia: “Sì – mi dice, con una voce che scandisce piano le parole, fa risuonare le vocali senza inflessioni e si crogiola nella lentezza – è una grande passione”. Non si può dire che sia logorroico. E la scherma è anche fonte di successi, raggiunti tutti con la maturità. Nel 2015 Bocconi – lo schermidore più longevo della Puliti Lucca, che secondo voci non confermate viene chiamato al Palazzetto dell’Annunziata dove si allena il professore – ha gareggiato a Pistoia nel campionato nazionale master categoria 3, quello riservato agli over 60, classificandosi terzo (sconfitto però con classe dal campione europeo, il livornese Paroli); negli anni ha vinto due volte i campionati europei a squadre, e ha portato a casa altri due bronzi nell’individuale.

“L’anno prossimo vado ai Campionati Europei over 60 che si terranno a Chiavari” mi spiega e in controluce intravedo una straordinaria, oserei dire sorprendente, grinta (debitamente domata secondo la moderazione lucchese). La stessa grinta sotterranea che deve essere venuta fuori quando ha inconsciamente (e auguriamoci temporaneamente) abdicato al ruolo di grande saggio per inseguire una vita girovaga, che anche adesso è fatta di Lucca, di Arezzo, e di soprattutto di mondo.

Descrivere Andrea Bocconi è un esercizio complesso, perché ha avuto una discreta sequenza di vite, che fra loro si incastrano, si rimpiazzano, si potenziano: la laurea in legge da giovanissimo, il lavoro in carcere con i detenuti, la passione per la psicologia, l’incontro con Roberto Assagioli, la scoperta della psicosintesi, la scrittura, quell’andatura pacata che è un passo flemmatico, quasi molleggiato, e lo sguardo che sembra una lama, una lama silenziosa che si infila nel ricordo di Tiziano Terzani e di Fosco Maraini, maestri di una vita, e grandi saggi. Bocconi ha un aneddoto per tutto. Gli parli di India e ti racconta di quella volta che ha passato un mese a insegnare in un posto sperduto, di cui naturalmente si ricorda il nome che è impronunciabile, e poi ti incanta con la prima volta in cui ci andò, negli anni Settanta, per tornarci da allora almeno una volta l’anno. Gli dici Indonesia e ti menziona le maschere – che affollano la sua graziosa casa sui Fossi, “la comprai anni fa, non la venderò mai”, con un giardino che pare un piccolo angolo disordinato di paradiso – e dei tramonti di Ubud. Ti scappa la parola Nicaragua e ricorda di una grande casa dove vivono decine di ragazzi di strada, che cercano una speranza negli altri, e che gli hanno fatto compagnia per straordinarie settimane. E potresti andare avanti per ore, tra frammenti di vita e citazioni di libri. I libri che insieme a delle gloriose tende balinesi, sublimazione dell’arredamento orientaleggiante che si declina adesso nella specchiera del bagno ora nel copridivano, affollano sfrenatamente la casa, e sono volumi di psicologia, di grandi scrittori, di viaggio, di scoperta. Bisognerebbe fare uno studio sulla casa di Andrea Bocconi, eppure nessuno ci ha ancora pensato. Ma in molti leggono i suoi libri – che forse è un po’ come entrare in questo ventre, in questa caverna dove mi accoglie con un maglione blu, quando invece avrei preferito un più prosaico completo di shantung arancione –, libri ibridi che raccontano di viaggio, ma soprattutto di altro. Se il successo è arrivato con Viaggiare e non partire (Guanda, 2002), non vanno dimenticati il romanzo Il Monaco di vetro pubblicato da JacaBook, e la raccolta di racconti – alcuni dei quali bellissimi, come quello che dà il nome all’antologia – La tartaruga di Gaugin (Guanda, 2005). C’è poi un fil-rouge sotterraneo in tutti i volumi (editi sempre da Guanda). Si tratta dell’esplorazione in modi non convenzionali: quello in compagnia del proprio nucleo famigliare che per Bocconi è formato dalla moglie Francesca e dai due figli (India Formato Famiglia, 2011), quello destinato all’esplorazione a piedi (Di buon passo, 2007) o sul dorso di un asino (Viaggio con l’asino, 2009). Sono abbastanza per riempire un intero scaffale della libreria di un appassionato. E sarà una gioia sapere per i fedelissimi che da metà giugno Bocconi tornerà in libreria. “Il merito è di Raccontare il Viaggio, scritto con Guido Bosticco e con una serie di interventi degli altri docenti della Scuola del Viaggio, di cui sono responsabile del laboratorio di scrittura. Si tratta di un libro utile per i blogger o per chi tiene un diario o vuole scrivere un reportage. Consigli pratici, esempi, racconti che nascono dall’esperienza”. Gli chiedo che cosa è il viaggio per lui, che il mondo lo ha attraversato con il passo dello scrittore e dello sportivo, con lo sguardo dello psicoterapeuta e con l’ambizione (ancora inconsapevole) di diventare un grande saggio. Bocconi infossa un poco il collo, come sempre fa quando sta ragionando, quando modella la risposta più scontata, più impulsiva, per trarne fuori una coincidenza con il suo pensiero. “Il viaggio, quello vero, spazza la continuità spazio-temporale della nostra vita, ci mette in un tempo sospeso in cui tutto appare nuovo, noi compresi” mi dice, e non serve aggiungere altro.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica di ritratti – A proposito di Lucca.

A proposito di Lucca, Donne, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

image.jpg

 

Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

Toscana, Lucca, Tutto, niente

A proposito di stalking…

femminicidio-382x278.jpg

 

Dieci anni fa, avevo un ex ragazzo che si era trasformato in uno stalker. Mi aspettava sotto casa, controllava i miei spostamenti, suonava di notte al campanello e mi diceva che dovevo scendere, perché dovevamo parlare, perché io non l’avevo capito, ma lui era diverso, era un ragazzo per bene, era innamorato e gli dovevo dare una seconda possibilità. Mi supplicava di ascoltarlo, di andare a cena con lui, di spiegargli perché avessi cambiato idea. “Perché mi butti via?” piangeva, ignorando completamente le migliaia di volte in cui – con la logica spietata che la vita ti impone nelle occasioni in cui comprendi di essere a rischio – gli avevo ribadito che fra noi era finita. Per sempre. Senza possibilità di ripensamento.

Lui però non demordeva. Aveva cominciato mandando mazzi di fiori e torte con messaggi d’amore, era finito a molestare i miei vicini, a gridarmi parolacce e minacce. Ero attanagliata dalla paura. Vivevo a Roma, da sola, mi ero trasferita da poco, pensavo che avrebbe potuto farmi del male in qualsiasi momento. Avevo incubi, tremendi, tutte le notti. Gli incubi erano sempre i soliti: lui che entrava in casa, e mi ammazzava a colpi di mattarello.

Nella borsa avevo messo uno spray al peperoncino, limitavo al massimo i movimenti fuori dal mio appartamento, e comunque non uscivo mai da sola, ovunque andassi comunicavo gli spostamenti alle mie più care amiche. La faccenda aveva dell’incredibile, non potevo pensare che quell’inferno stesse capitando a me. A me che ero sempre stata attenta a mantenere le distanze. A me che credevo di essere forte e coraggiosa. Eppure la mia vita era cambiata nel tempo di un “Ti lascio”.

20141119161354-Femminicidio.jpg

Il dramma era durato dei mesi. All’inizio avevo provato a farlo ragionare, gli avevo spiegato che eravamo incompatibili, ma lui non comprendeva perché se prima andavamo bene poi non funzionava più. In fondo, non eravamo le stesse persone?

Allora avevo coinvolto degli amici per fargli comprendere come quello che stava facendo fosse profondamente sbagliato; gli avevo spiegato che dalla violenza e dalle minacce non nasce l’amore; alla fine, mi ero arresa: lo avevo avvertito. Gli avevo gridato che all’ennesima chiamata sarei andata dalla polizia, e avrei raccontato tutto.

Per qualche settimana, la cosa si era calmata. Pensavo di essermi salvata, ma sbagliavo. Dopo un mese, tutto era ricominciato, sommessamente, con altri mazzi di fiori e nuovi dolcetti. Ero dentro una ragnatela, e non potevo venirne fuori. Disperata, avevo chiesto aiuto a un carabiniere amico e solo grazie al suo intervento (insieme al fatto che la famiglia lo avesse richiamato a casa, in Sicilia, per questioni di lavoro) mi ero salvata.

1386022163-0-una-rete-per-le-famiglie-vittime-di-femminicidio.jpg

Ogni volta che leggo una storia di femminicidio, come quella di Sara, penso a questa vicenda. Penso a quello che sarebbe potuto essere, se solo lui fosse stato più violento, e io forse meno risoluta. E solo adesso, a distanza di dieci anni, mi rendo conto di essere stata sconsiderata, ma fortunata. Avrei dovuto denunciarlo, senza tentare la sorte. Avrei dovuto avere il coraggio di spezzare quel silenzioso vincolo di paura e di vergogna che avvolge chi dallo stalking viene toccato. Quel sentimento che ti fa credere che sì, è così, ma è solo una questione di tempo e passerà. Quella convinzione che ti illude che la persona che hai davanti non ti farà mai del male, perché è solo innamorata e frustrata. Quella certezza che tutto andrà bene. Perché non è vero, quasi niente va bene. Perché il discorso è più complesso di come possiamo sintetizzare – e tocca la cultura profondamente maschilista del nostro Paese, e l’intima certezza che la donna sia merce dell’uomo -, e perché la denuncia è l’unico passo, in alcuni casi, per aver salva la vita.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Siepi di bosso lucchese

filepict-1391080500

Non avevo mai pensato a Lucca come a una siepe. Una lunghissima siepe di bosso, della medesima altezza e del medesimo colore. Non una foglia fuori posto. Non un fiore, cresciuto più per sorte che per desiderio, messo a frastagliarne l’ordinarietà. Non avevo mai pensato ai lucchesi come a dei calvinisti. Anche questo è vero. Eppure, dopo una lunga conversazione con un non lucchese che nel centro storico ha scelto di fermarsi diversi anni fa, mi è parso chiaro come la nostra città sia proprio questo: un groviglio di seguaci di Calvino che vivono circondati da una siepe ordinatissima e identica, alta abbastanza da nascondere gli affari più umani – i panni sporchi, insomma, che si lavano sempre in casa -, ma sufficientemente bassa da permettere di sbirciare nelle vite degli altri. Di guardare, e di essere visti. Insomma, una trappola mortale di erba e di mediocrità. Già, perché il cuore della questione non è né il perfettibile giardinaggio locale, né la vocazione religiosa autoctona, ma la mediocrità.

anfiteatro-f0

E spero che mi perdonerete se in una prossima domenica mi dedicherò a trattare la questione calvinista, decisamente curiosa e interessante per i suoi meandri storici che hanno fatto di Lucca una stella della cultura dell’epoca, a cominciare da quel Giovanni Diodati, grande teologo e professore di lingua ebraica, che tradusse la Bibbia in italiano e in francese, e che era nato a Ginevra nel 1957 proprio da una famiglia lucchese fuggita alla persecuzione religiosa.

Ma, dicevamo, la questione oggi è più di viscere che di intelletto. Oggetto – unico oggetto possibile in questo inizio di anno denso di buoni e inutili propositi, che probabilmente avremo già mandato alle ortiche dopo neanche dieci giorni dall’inizio del 2016 – è la struggente mediocrità che ci avviluppa. E lo fa in un modo così violento da annullare ogni desiderio di rivolta. Sempre che a Lucca, una rivolta, ci sia mai stata e che sia possibile. Meglio dire, allora, che protagonista sarà l’elaborazione di un qualsivoglia piano programmatico capace di permettere alla città di elevarsi oltre il grado zero della provincia italiana. Il compito sarebbe della politica, ne siamo certi, ma anche dei cittadini. Di quei cittadini che dovrebbero smetterla di coltivare siepi tutte uguali, della medesima altezza e senza fiori. Dei cittadini che sono chiamati a sorvegliare, in vista delle prossime elezioni politiche, il futuro della nostra città: perché vincano i programmi, la vera voglia di cambiare, le idee e i piani per un futuro di Lucca che sia premiante per le forze, le capacità, le culture locali che hanno la capacità di guardare al mondo. Non solo fino a Capannori, o Antraccoli, o Picciorana insomma. E diventa allora fondamentale il ruolo dei giornalisti. Perché i giornalisti (non gli scrittori, cui purtroppo vengono consegnati più poteri e più aspirazioni di quelle che competono loro) hanno un compito preciso che è quello di raccontare la realtà, nel segno dell’imparzialità e della trasparenza. “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata” diceva Enzo Biagi, fermo nel condannare quella terra di mezzo dentro cui vivevano e vivono ancora oggi molti suoi colleghi, bravi a tramare nell’ombra le future campagne politiche, sfruttando la visibilità dettata dalle parole per accaparrarsi il favore degli elettori/lettori.

Lucca_nel_1744_Planimetria_di_Padre_Giuseppe_Serantoni

Un modo di agire che fa tornare in mente il quarto stratagemma cinese (libro, quello dei 36 stratagemmi cinesi, che se non avete letto vi consiglio): attendere riposati l’avversario affaticato. Ovvero agire, senza combattere direttamente l’avversario, sfiancandolo con situazioni logoranti. Per dirla con le parole di Sunzi, il generale e filosofo cinese considerato come l’autore del celeberrimo L’arte della guerra: “In generale chi occupa per primo il campo di battaglia e vi attende l’avversario, si troverà in vantaggio; chi, al contrario, lo occuperà dopo e si affretterà a dar battaglia, sarà esausto. Chi eccelle nell’arte della guerra, manovra l’avversario e non viene manovrato”. Dunque, oggi più che mai ai lucchesi tocca la capacità di distinguere i rivoluzionari dagli anarchici, gli aspiranti politici dai politici veri. Ma soprattutto la capacità di riconoscere quelli che mirano, fuori dalle ambizioni personali, a far conquistare a Lucca un posto in prima fila in Italia, e nel mondo. Non con mediocri labirinti di potere, ma con siepi difformi, colorate, visionarie. Perché ormai non basta più lamentarsi. Perché ormai non basta più essere uguali agli altri. Per non attirare l’attenzione. Sperando che il tempo passi.

Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica domenicale “A proposito di Lucca” in uscita ogni domenica su Il Tirreno.

A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Buoni (e lucchesi) propositi per l’anno nuovo

Lucca_labirinto

La fine di un anno è sempre tempo di bilanci. Ci si chiede se si è fatto abbastanza, se si è amato, letto, visto e viaggiato quanto si sperava. Se si è stati felici. Da una parte ci sono le cose che ci si auguravano il trentuno dicembre, pochi minuti prima dell’arrivo del nuovo anno, da una parte l’incontestabile realtà dei fatti. Per questo è così struggente, a volte, guardarsi dietro le spalle.

Molto diverso è, invece, fare il “bilancio del cuore” di una città. Un bilancio che naturalmente ha pretese esclusivamente di imparzialità e soggettività, e che viene dettato non tanto dal cervello quanto dall’istinto.

Dire che questo 2015 sia stato per Lucca un anno denso di sorprese, sarebbe una bugia. Il copione degli ultimi dodici mesi è stato abbastanza scontato, se non altro perché si ripete identico da svariati anni. I soliti eventi (Lucca Comics, Lucca Summer, Photolux, Desco), le medesime polemiche (D’Alessandro e Tambellini, il flusso dei Comics, il settembre lucchese che non si rinnova, gli spazi in eccesso occupati dal mercato d’antiquariato, il futuro del mercato del Carmine, ecc.).

Le sorprese sono arrivate dal mondo della musica, che è andato a battesimo prima con l’inutile polemica relativa al pianoforte di Puccini (non spenderò una parola di più, perché chiunque ne è ben al corrente) dunque con la seconda sconfitta della città, candidata senza un minimo di preparazione come si fa con qualcosa quando deve fallire, a “città creativa della Musica”. Ed è così che la città del Maestro, la città del conservatorio, la città della musica nelle piazze e del jazz, la città senza un auditorium, si è trovata rimandata. Bocciata non solo nella musica, ma anche nell’inquinamento e nella sicurezza. Già, perché le notizie dell’anno – forse perché sono anche quelle temporalmente più vicine – appaiono senz’altro due: l’allarme smog che ha prodotto quel caos comico che è le targhe alterne (poi mi direte che ci viviamo a fare in provincia se neanche l’aria è buona!) e la spropositata crescita dei furti che dalla Piana al centro storico hanno rovinato le feste a decine di persone. “Non vado da nessuna parte, neanche a Capodanno, perché ho paura dei ladri”. Frasi così ne ho sentite a decine, e devo ammettere di non essere neanche rimasta sorpresa perché, alla fine, il quadro generale è decisamente preoccupante. In ogni caso: basta con il pessimismo. Siamo alla fine dell’anno e dunque un po’ di (sano?) ottimismo è certamente necessario. Se non altro perché, come era solito dire Ennio Flaiano (motto che ho preso come mantra quotidiano per l’anno appena trascorso), “coraggio, il meglio è passato”. E dunque, anche se il turismo non crolla, ma tremolante resiste e viene declinato in un proliferare inesauribile di nuovi ristoranti e locali poco sostenibili e molto fast (che durante l’interno, come orsi, vanno in letargo), la buona notizia è che Lucca è ancora qui. Vive e lotta con noi. Lucca con il suo incrollabile sistema di poteri e di interessi sotterranei. Lucca con le botteghe che sono uguali da cinquant’anni. Lucca con le stesse facce sempre e comunque, con il sole e con la nebbia e con lo smog. Lucca. Ecco: la cosa positiva è che siamo qui. E che ci siamo trovati uniti all’indomani degli attentati parigini, e che ci siamo dimostrati più fratelli alle Tagliate di quanto non sia successo negli anni passati.

E allora, cosa augurarsi per il 2016? Per dirla con le parole dell’imbattibile Mark Twain: “Il capodanno è il momento per fare i vostri buoni propositi. La settimana successiva potrete cominciare a piastrellarci la strada per l’inferno, come al solito”. Dunque, impegnatevi. Prendete carta e penna. Fate la lista di come vorreste il vostro anno nuovo. E, se vi avanza tempo, provate anche a fare delle proposte per la città. Ce ne dimentichiamo ma la città, oggi più che mai, siamo noi. E dunque smettiamo di lamentarci se niente cambia. Smettiamo di dare la colpa all’amministrazione comunale. Proviamo a cambiare le cose. Questo, almeno, è un mio proposito per l’anno nuovo. E non darò retta a Twain. Poco importa se questi miei buoni e lucchesi propositi costruiranno la mia personale strada per l’inferno. Almeno ci avrò provato. E voi?

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “A proposito di Lucca”. 

Tutto, niente

Tentativi di perdersi a Lucca I

Capita di perdersi anche a Lucca. Penserete: è impossibile! Se tutte le strade portano a Roma, a Lucca tutte le vie conducono in Fillungo. Invece no, non è esattamente così perché c’è Lucca (e soprattutto vita) anche fuori dalla strada maestra, che con i suoi settecento metri di lunghezza e dieci di larghezza resta comunque la più lunga della città. C’è una vita fatta di negozietti che vendono paralumi di broccato, profumi di sandalo e di arancio, cornetti con una glassa bianchissima che assomiglia a neve, e poi: negozi di bambole con aria malinconica e sognante, pizzerie che inaugurano un pomeriggio di autunno e sembrano locali in riva alla spiaggia (mentre davanti hanno quell’agglomerato di cemento e sampietrini che è Piazza Santa Maria), locali notturni che paiono usciti dagli anni Quaranta e quando ci entri l’aria sa di sigaro e di passato.

C’è, dicevamo, una Lucca che finalmente dopo duemila anni sta provando a smettere di essere Fillungo-centrica e che (purtroppo e naturalmente) non solo non viene considerata a sufficienza dagli amministratori locali (provate a consultare il sito del Comune, rimarrete allibiti), ma è perfino osteggiata dalle guide e dai tour estivi: in fondo, non è più semplice fermarsi o far fermare i turisti solo per un giro in bicicletta, una passeggiata in Via Fillungo (per l’appunto!) e un caffè fra Piazza San Michele e Piazza Napoleone, casomai con una puntatina in Piazza San Martino (e uno sguardo rapido e devoto al Volto Santo)? Certamente! Ma si tratta di un grande peccato che non permette di godere appieno di quella meravigliosa (e vera) città che si allunga attraverso vicoli, piazze e corti. Di quella città che vanta palazzi con portoni che sono opere d’arte. Di quella città che, quando meno te lo aspetti, ti presenta facciate di Chiese e campanili, incantevoli giardini e, ancora, sorprendenti grovigli di strade che conducono altrove. Che, insomma, ti fanno perdere anche a Lucca.

Se volete provare a smarrirvi è facilissimo. Mentre camminate per Via Fillungo – o per Via San Paolino, Via Santa Croce, Via Elisa – prendete il primo vicolo a sinistra, poi girate ancora a destra e infine… Complimenti, ci siete riusciti! Siete anche voi ormai dentro la Lucca delle seconde strade.

La prima volta che mi è capitato avevo dieci anni, tornavo a casa dalle elementari (le Suore Dorotee, in Via del Fosso) e, siccome ero in ritardo, mi ero decisa a tentare quella che credevo essere una scorciatoia. Superfluo dire che, invece di Via Busdraghi, mi ero trovata in una via sconosciuta che era tutta un panno appeso ad asciugare con un odore di bucato e di lavanda (Via del Bastardo).

Torniamo però al nostro itinerario, e al tentativo di trovare nella città che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi qualcosa di diverso. Se tutte le gite turistiche cominciano da Piazzale Verdi, il nostro percorso inizierà dall’attiguo Piazzale San Donato, con i suoi sassolini e le altalene sempre in movimento. Ai ninnoli cinesi di Via San Paolino preferiremo la Pelleria, rione storico della città che però anticamente (XII° sec.) veniva chiamata Quojaria perché qui si lavoravano corazze, tavolacci e scudi. La Pellaria vera era invece vicino a S. Andrea, ed era la zona delle pelliccerie per eccellenza: odori acri di macellazione e di pelle trattata, nonché la necessità d’acqua, erano però comuni ad entrambi i quartieri. Quando il canale di S. Andrea venne coperto, i pellari si trasferirono: prima scelsero la zona di Piazza San Pietro Somaldi (che con l’alba ha nella facciata i colori di un’originale aurora boreale), dunque con l’arrivo di un nuovo divieto nel 1352 furono scacciati anche da lì all’insegna di “ut putredo cesset”. Esisteva zona migliore di quello spazio di strettoie e corridoi che doveva essere la Pelleria? La storia ci racconta che probabilmente no, non doveva esserci niente di meglio… Continua la prossima settimana.

Queste parole sono state pubblicate su Il Tirreno oggi, nella mia rubrica A proposito di Lucca

A proposito di Lucca, The Meaning, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

La panchina degli innamorati

È la panchina degli innamorati. Una panchina verde, un po’ sbiadita ai margini, di legno, con le viti grosse e arrugginite. È la panchina che si affaccia sul laghetto dell’orto botanico, di fronte al grande cipresso calvo che affonda le radici in un isolotto messo al centro di un’acqua a tratti fangosa, a tratti trasparente; sempre zeppa di ninfee e di muschi.

Capita di vederci dei ragazzi del liceo, a volte anche più piccoli, che si tengono per mano e stanno lì, a guardare il mondo come appare. Immaginatevi lei con i capelli raccolti in una coda di cavallo, lui con lo zaino ancora sulle spalle, l’espressione incerta che si ha da adolescenti, la faccia con i brufoli e quella peluria imbarazzante che segna la crescita. Lei che fissa qualcosa di indecifrabile in direzione del laghetto artificiale e del salice, mentre lui le studia il profilo: il naso dritto e lungo, le labbra che paiono disegnate con un tratto gentile, gli occhi che si socchiudono appena quando il sole sbuca, per un attimo, fra le nuvole. Lui vorrebbe baciarla, ma sta aspettando il momento giusto. Passano i minuti, le mani cominciano a sudare, il pensiero si avvolge su se stesso: siamo sicuri, come dicono gli amici, che il momento giusto esiste per davvero e che arriverà?

Con uguale frequenza, capita di vedere sedute a chiacchierare coppie di anziani, che dopo aver arrancato per il mattutino giro di mura, cercano riposo dalla stanchezza: l’uomo ha sempre il bastone e scarpe da ginnastica tecnicissime, la moglie invece capelli freschi di parrucchiere ed eleganti piumini che si addicono maggiormente a una passeggiata in Fillungo il sabato pomeriggio piuttosto che a un esercizio ginnico.

Altre volte si fermano, per scambiare dei baci e parole, coppie di venticinque-trentenni, che non hanno vergogna o pudore degli sguardi altrui, e li vedi che stano guancia a guancia a studiare ciò che accade, a carezzarsi, a parlottarsi nell’orecchio. Ci sono poi i quarantenni con il cane al guinzaglio (sempre cani piccoli, da appartamento, con l’aria festosa e la lingua penzoloni), e i quarantenni sportivi con cane a guinzaglio (questi li riconosci perché sono appena usciti da un negozio di atletica, e hanno perfino fasce di spugna per il sudore). Potrei andare avanti per ore. A pensarci bene, questa panchina è quasi sempre occupata. Da coppie.

A volte ci si trovano anche grandi gruppi di turisti, che ascoltano attenti la storia di Lucida Mansi, nobile lucchese tanto bella quanto libertina, talmente attratta dai piaceri della carne da arrivare a uccidere il marito per possedere tutti gli amanti che desiderava. A Lucca la storia è ben nota: Lucida Mansi era spietata con i suoi innamorati tanto che, dopo gli amplessi d’amore, li faceva cadere in botole piene di lame aguzze. Per lei contava solo la bellezza, e quando una mattina scrutando allo specchio il suo viso aveva visto una ruga impercettibile, disperata aveva cominciato a chiedere aiuto. Le era venuto in soccorso un giovane che le aveva offerto trent’anni di giovinezza in cambio della sua anima. Lucida aveva accettato e così, mentre le persone invecchiavano, lei continuava a essere splendida e ad avere sempre più uomini. Non sapeva però che quel bel giovane era il Diavolo. Quando trent’anni dopo, la notte del 14 agosto 1623, il Diavolo ricomparve per prendere ciò che gli spettava, Lucida si ricordò del patto e tentò di ingannarlo. Si arrampicò allora sulle ripidissime scale della Torre delle ore con la speranza di allontanare la morte. Saliva affannata per fermare la campana che avrebbe dovuto battere la sua ultima ora: a mezzanotte in punto avrebbe perso l’anima, e con lei ogni altra cosa. Ma il Diavolo fu più veloce. Le campane risuonarono. Din. Don. Din. Don. E per Lucida fu la fine: il Diavolo la caricò sulla sua carrozza infuocata e la portò via con sé attraversando le Mura fino a gettarsi nelle acque del laghetto dell’orto botanico. La leggenda vuole che ancora oggi, immergendo la testa sotto l’acqua, fra le felci e i muschi, sia possibile scorgere il volto addormentato della bellissima Lucida che, durante le notti di luna piena, viaggia sul laghetto urlando nella carrozza che la porterà all’inferno. Deve essere una sinistra pena del contrappasso: lei che nessuno amò, ogni giorno viene osservata e nominata da decine di innamorati.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca, ed è il primo frammento della mappa sentimentale di Lucca che sta nascendo in queste settimane. Vuoi contribuire? Segnala il tuo luogo preferito qui